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The British traditional elegance del campo verde di Wimbledon PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 10 Luglio 2019 07:02
 b mA qualche chilometro dal centro di Londra, nel “All England Lawn Tennis and Croquet Club”, si sta tendendo uno dei più prestigiosi ed antichi tornei del mondo nato nel 1877. Caratteristica che lo rende unico, oltre ad una etichetta rigorosa e mai scalfita dal tempo è il manto in erba vera su cui gli avversari si incontrano. Singolare maschile e femminile, doppio maschile, femminile e misto, juniores maschile e femminile. Il vento oggi sposta i ciuffetti più lunghi, ma a Wimbledon il tempo è sovrano ed anche la Regina Elisabetta e i Reali che assistono in tribuna lo sanno. Le gocce d’acqua sparse sul campo si aggrappano ai singoli fili d’erba. Le palline escono dai tubi e si poggiano sul verde tappeto erboso, a riposare, soddisfacendo quel contrasto cromatico molto vittoriano, molto estivoTerzo torneo del Grande Slam in ordine cronologico annuale, preceduto dall'Australian Open e dagli Open di Monte Carlo e seguito dagli US Open. Unico Slam ad essere giocato sull'erba, si tiene annualmente tra giugno e luglio a Wimbledon nell'arco di due settimane, iniziando, secondo la tradizione, sei settimane prima del primo lunedì di agosto.
feder 2Il terzo match in programma due giorni fa sul Centrale era quello che poteva regalare a Matteo Berrettini (numero 17 del ranking mondiale) l’ingresso nella leggenda. Il 23enne romano sfidava Sua Maestà Roger Federer, numero due, otto volte vincitore a Londra e uomo dei record, arrivato con successo ai quarti di finale (6 1, 6 2, 6 2). Ma va bene così!

I sacri campi di Church Road aprono i battenti per le due settimane più alla moda. Wimbledon e Londra si mettono il “vestito della festa”. Le due settimane londinesi sono l’unico momento di innato talento per i tennisti ancora restìi alla muscolatura da culturisti, quelli che prendono la racchetta in mano con la sensibilità del pittore e il suo pennello. Del musicista e della sua chitarra. Le due settimane in cui lo strumento principale non è più un servizio a trecento allora, un cannone che spara e scambi con la potenza dell’immaginabile.

I giocatori lo sanno, lì sull’erba verde, la palla tocca terra e rimane bassa, sporca, pesante, lenta. A Wimbledon però può anche schizzare via, impazzita, baciata dal manto erboso. Si può vincere set e partite intere grazie al “serve and volley”, senza che sembri strano o vintage attuare questa strategia.

E non la prendi se non sei agile, se non capisci in anticipo il rimbalzo. Così il match diventa scontro di fioretto, non più di sciabolate. Un posto incantato in cui qualunque sia il tuo nome ed il tuo prestigio tennistico devi indossare un completo bianco, perché così vuole la tradizione, perché così è più bello da vedere in mezzo a tutto quel verde e ti devi inchinare alla tribuna reale, con reverenza.

Che siano benedetti allora i tennisti che hanno fatto, di questa stagione sull’erba, un appuntamento immancabile, una vetrina di esposizione, Dustin Brown, Roger Federer senza avere il timore di partire svantaggiati, Michaël Llodra e Stefan Edberg. Il manto erboso è Wimbledon, ma Wimbledon non è erba, o almeno non solo. Wimbledon è un rifugio di poeti, è ritorno al passato, al Rinascimento inglese. Lo stesso torneo che si giocava esattamente 50 anni fa. Con un pubblico in silenzio religioso, che continua a preferire un determinato tipo di giocatore: quello senza paura.

Per chi amasse il tennis voglio solo ricordare il 5 luglio del 1980 dove, per la prima volta il numero uno Bjorn Borg, già uomo di Fila vestito, ed il numero due John Mc Enroe, il ragazzo terribile del tennis, con un completo Sergio Tacchini, si sfidarono nell'ultimo atto di un grande slam: ne uscì fuori una battaglia epica che vide trionfare Borg dopo quasi 5 ore di gioco. Fantastico match, incontro che entrava nella leggenda! Perciò, lunga vita alla Regina e al re dei tornei del grande Slam dunque, a Wimbledon. O meglio, al Championships, come i flemmatici British Londoners amano farlo chiamare.

 
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L' Editoriale

Io sto con la Legge Italiana :#io NON sto con Carola

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

(Laura Giulia D'Orso). Sarà che sono stata “tirata su” a pane, studio, sport e disciplina. Sarà che se vìoli le regole dello sport che pratichi sei fuori dai giochi. Sarà che è sempre più facile per chiunque dire sì che opporre un divieto, sarà che in uno Stato di Diritto quale l’Italia è, si presuppone che l’agire dello Stato sia sempre vincolato e conforme alle Leggi vigenti e lo Stato stesso sottopone esso medesimo al rispetto di Codici e di Costituzioni scritte, sarà per questo che #io NON sto con Carola! Si chiamasse pure Paola o Cristina e fosse francese o italiana non farebbe alcune differenza per me.
Trasformata da imbellettati e ricchi esponenti di sinistra in paladina, la signorina in questione ha violato la legge italiana. Intenzionalmente e volutamente. Riprendendo il tormentone della sinistra di qualche tempo fa (ma non gli è bastata la batosta elettorale!?!) del “senza se e senza ma” … in Italia si applica in maniera pragmatica la legalità e non si pretenda perciò di forzare il Codice di diritto del Mare e della Navigazione, il cui codice ho avuto modo di leggerlo già all’epoca dei Marò detenuti illegalmente in India.