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Ricordati di Vittorio Brambilla quando arrivi a Monza PDF Stampa E-mail
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Domenica 10 Marzo 2019 17:55
(Mattia Mauri, blogger esperto automobilismo). Mattia Mauri in libertà 
Mercoledì sera la sala stampa dell’Autodromo Nazionale di Monza pullulava di appassionati ed addetti ai lavori: qualcuno è addirittura rimasto in piedi. Quella sala stampa, che ha accolto nella lunga storia dell’autodromo le più svariate star mondiali del panorama motoristico, trasudava, in occasione della presentazione del libro di Walter Consonni ed Enzo Mauri “Vittorio Brambilla – il mago della pioggia”, un orgoglio tutto brianzolo: l’orgoglio di un popolo visto spesso quale un gruppo di cinici lavoratori, demattiaditi alla “fabbrichetta”, che ha mostrato, nel ricordo di Vittorio Brambilla, una vena di sana e genuina passione motoristica, piena di aneddoti impregnati di benzina e velocità.
Non mancava nessuno a ricordare e celebrare un pilota che, per quanto probabilmente poco conosciuto ai più giovani, è uno di quei monzesi di cui tutti dovremmo andare fieri. Una storia monzese, nata in via Cimarosa, dove Ernesto (conosciuto ai più come “Tino”) e Vittorio (il “Mago della pioggia”) respirano l’aria dei motori sin da piccoli nell’officina gestita da papà Carletto. Si sa, respirare aria buona fa bene ai bambini: ai Brambilla fa benissimo, diventando entrambi piloti di Formula 1. Tino, come ogni buon fratello maggiore, sprona e consiglia Vittorio, conscio che è “un gran manico, ul mè fradèl ”. I risultati non tardano ad arrivare: Vittorio si dimostra un pilota versatile, come in voga ai tempi, affermandosi dapprima nelle corse motociclistiche, per poi scalare la piramide delle corse automobilistiche. Dato che correre in macchina è da sempre una disciplina (anche) economicamente impegnativa, la famiglia Brambilla, già impegnata a sostenere la carriera di pilota di Tino, non può garantire risorse a sufficienza per il secondogenito, che deve accontentarsi di un kart per iniziare ad affinare le proprie capacità di pilota di motociclette trapiantato nelle quattro ruote. Cominciando con un kart col telaio prodotto direttamente in officina dai Brambilla, Vittorio arriva ad affermarsi Campione del Mondo nella classe 200 cc nel 1962. La carriera automobilistica sta sbocciando, non serve far altro che continuare a coltivarla: il tanto agognato sedile di Formula 3, visto quale traguardo naturale per una campione di kart, deve aspettare ancora qualche tempo per poter fare da appoggio alle terga di Vittorio. Ci sarà ancora qualche anno di palestra nella Formula 4, fino al 1968, l’anno della svolta in casa Brambilla. Tino ottiene infatti il sedile di una Formula 2, per cui si libera lo spazio per il fatidico esordio di Vittorio in Formula 3. Il talento di Vittorio spicca anche in Formula 3: nel 1972, infatti, raggiunge la vetta del campionato italiano. Il trionfo di Vittorio in Formula 3 è la prova più evidente del fil rouge che percorre questa storia: l’orgoglio brianzolo del successo di un pilota nato a Monza, alla guida di una monoposto perfezionata in un’officina monzese (quella dei Brambilla), con un telaio omologato da una Casa kartistica lissonese (quella fondata da Guido Sala, Birel), sponsorizzata da un’azienda di utensili sovicese (la Beta).
Quello che succede dopo è storia: l’approdo in Formula 1, quella Formula 1 magica ed ormai scomparsa, dove i piloti arrivavano in moto al circuito, facevano la coda con i tifosi per entrare e passavano i momenti in cui non si correva al fianco di meccanici privi di laptop ma con enorme manualità ed arte dell’arrangiarsi. Culmine dell’epopea in Formula 1 di Vittorio Brambilla è il grande successo del 17 agosto 1975 sul circuito di Zeltweg, Austria. Una gara corsa sotto l’acqua battente, in un autodromo paragonabile per i più ad “una piscina”, dove fece la differenza la grande sensibilità di Vittorio: una sensibilità che, come lui stesso sottolineò in un’intervista concessa qualche anno dopo alla tv pubblica, derivava anche dalla precedente esperienza di pilota di moto. In quella domenica di pioggia incessante Vittorio portò la sua March 751 davanti a nomi del calibro di James Hunt, Patrick Depailler, Emerson Fittipaldi e Clay Regazzoni. La presentazione del libro su questo grande monzese è stata una bellissima occasione per trovarsi tra brianzoli prestati al mondo dei motori: c’erano i due autori del libro, Walter Consonni ed Enzo Mauri; due giornalisti del calibro di Giorgio Terruzzi, che ha raccontato un paio di retroscena vissuti con Vittorio Brambilla, e Pino Allievi, reporter della Gazzetta dello Sport che ha vissuto da vicino la carriera di entrambi i ​ fratelli Brambilla; tra le autorità, spiccavano il direttore generale dell’Autodromo Pietro Benvenuti, che ha raccontato del proprio entusiasmo di concedere la sala stampa per la presentazione di un libro che aspettava da tanti anni, ed il sindaco di Monza Dario Allevi, che ha svelato come sia proprio Vittorio Brambilla il terzo nell’Olimpo dei suoi piloti preferiti insieme a Gilles Villeneuve ed Ayrton Senna.
È un libro che qualunque brianzolo dovrebbe leggere: il più banale dei motivi potrebbe essere quello di capire quanto è stato grande questo monzese per guadagnarsi l’intitolazione del piazzale antistante l’ingresso di Vedano al Lambro del Parco, quello che conduce direttamente in Autodromo. Dovrebbe comunque leggerlo perché non è la semplice storia del sogno di un meccanico che ha sfidato gli dèi dell’automobilismo: è la storia di uno di noi, di uno che ha passato “più ore in officina dell’orologio appeso alla parete” e, proprio grazie a quella dedizione, ha coronato dei sogni che i mezzi disponibili raffiguravano come utopia. È la storia dell’orgoglio di una terra, che dimostra come questo popolo di dediti lavoratori sappia coniugare la tipica (apparente) pragmaticità con il romanticismo delle storie più intrise di passione, come quella che Vittorio aveva per le gare ed i motori.
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L' Editoriale

Noi che .... anche senza treccine

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(Laura Giulia D'Orso). Noi che non avevamo smartphone, tablet e connessioni per riprenderci in corteo e farci selfie ma quando dovevamo comunicare usavano il telefono di quel “toscanaccio” di Antonio Meucci.

Noi che, se non eravamo figli unici, ci “passavamo” i vestiti, i cappotti, e … le scarpe si facevano risuolare. (E’ nato così l’abbigliamento unisex!!!)

Noi che avevamo un solo paio di scarpe da ginnastica (si badi bene…. ginnastica e non sneaker) e che venivano usate prettamente a scuola in palestra).

Noi che conoscevamo a memoria la toponomastica della nostra città, ma non solo, anche quella del capoluogo più vicino perché, gambe in spalla, ce le siamo percorse tutte a piedi, sviluppando orientamento ed istinto, senza bisogno del navigatore (al limite c’era “tuttocittà”).

Noi che avevamo un solo cappotto pesante, uno leggero e quando aprivamo l’armadio per scegliere un vestito per qualche occasione non esclamavamo mai che non avevamo nulla da indossare quando i capi trabordavano dalle ante chiuse a forza.

Noi che non ci facevamo investire in città o chiamare dai genitori cento volte per la cena perché non avevamo gli auricolari nelle orecchie a tutto volume.

Noi che avevamo uno o due televisori al massimo ma non pagavamo immense cifre per lo streaming, per i canali via satellite, per gli abbonamenti al calcio, ai film, alle serie tv e sentivamo 90’ minuto la domenica e andavamo al cinema solo nelle ricorrenze, per non creare polveri sottili che poi avremmo inalato!

Noi che abbiamo sempre mangiato a chilometro 0, pane con burro, nutella o salame e non facevamo venire dall’altro emisfero con gli aerei (vedi scie chimiche!!!) come i “radical chic” il Guacamolo, i Burrito, il Kebab, il Pisco, i Donats.

Noi che per comprare qualsiasi cosa entravamo in un negozio e se ci andava bene e ci piaceva lo compravamo, non usavamo e-commerce e non avevamo bisogno di fare arrivare qualcosa ordinandolo on-line da distanze siderali per poi rispedirlo indietro perché non era la misura giusta o non era quello che ci eravamo immaginati.

Noi che a scuola si studiava geografia astronomica e sapevamo che le era glaciali erano state almeno 5 (vd. Charpentier e Warren) e che nel Protozoico c’erano state variazioni dell’orbita terrestre che avevano mutato il clima surriscaldandolo. (non mi risulta ci fossero già in circolazione automobili o caldaie o fabbriche o plastica)

Noi che fino a quando non abbiamo messo “su famiglia” non avevamo problemi di comprare auto diesel euro 6, benzina rossa, verde o gpl ma usavamo i mezzi pubblici intrisi d’inverno di quel bel “bagnato” che trasudava da alito e sudore a piccole gocce sui finestrini appannati.

Noi che vogliamo tutti un mondo migliore ma che non ci facciamo strumentalizzare!

p.s. Firma anche tu la petizione: non volere più le cannucce quando ordini un cocktail al bar, bevi dal bicchiere!

 

Nomen Omen - Sanremo 2019

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Non ne faccio sicuramente una questione di italiano o non italiano, il pezzo di Mahmood poteva cantarlo anche un fiorentino con l'accento toscano incallito, o romano “de” Trastevere, solo che il motivo che ha vinto questa edizione del festival è di una bruttezza assoluta. Questo è il mio parere da “giornalista”, ma visto che il parere della Stampa e della Giuria tecnica (decisamente poco competente per quel compito), vale un …. sacco (anche se non si è capito quanto), allora mi permetto di giudicare. Se si pensa che adesso rappresenterà l’Italia all’Eurofestival, beh gli faccio proprio gli in bocca al lupo.
Ultimo è piaciuto al pubblico, questo è un dato di fatto! Visto che Dandini, Bastianch & company al limite si limiteranno a comprare un cd, vedo più commercializzabile il pezzo del ragazzo romano che ….. scusate tanto non è proprio l’ultimo dei “barlafüs” e accettate il mio lombardismo.
Nato a Roma ha seguito tutto il percorso di studi al Conservatorio Santa Cecilia, fondata nel 1556, incentrato sullo studio del pianoforte e poi della composizione, inizia a scrivere e comporre canzoni già all'età di quattordici anni. Il Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma, conosciuto in tutto il mondo accademico musicale, opera in ambito nazionale ed internazionale, svolge un’opera attenta, seria, e professionale nello sviluppo dei talenti sul territorio, realizza attività di formazione.
Il tempo è un ottimo misuratore di torti e ragioni. Basta aspettare. Diceva già tempo addietro Mark Twain: «se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare».