Contenuto Principale

Aspettando la Formula tra tradizione ed innovazione

In vista di #MonzaFuoriGP2019, da giovedì 5 a domenica 8 settembre, l’appuntamento dedicato al più...

La 12 ore di Monza fa la storia con Colnago

Si terrà di fine state, in  notturna andamento lento, non vuole essere unq competizione, a volte and...

La morte si è portato via l’uomo, non la leggenda

Niki Lauda, la leggenda della Formula 1, si è spento il 20 maggio in una clinica svizzera. Aveva 70 ...

In arrivo gli "Angeli del Parco" di Monza

Gli articoli 20 e 27 del Regolamento del Parco di Monza e dei Giardini Reali sono chiari: i cani dev...

SUMMERMONZA2019»: l'estate è adesso

Sabato 8 giugno, con il Corteo storico, inizia la seconda edizione del «Summer Monza 2019», il gra...

  • Aspettando la Formula tra tradizione ed innovazione

    Lunedì 07 Agosto 2017 21:28
  • La 12 ore di Monza fa la storia con Colnago

    Lunedì 07 Agosto 2017 21:33
  • La morte si è portato via l’uomo, non la leggenda

    Giovedì 14 Settembre 2017 05:43
  • In arrivo gli "Angeli del Parco" di Monza

    Sabato 07 Ottobre 2017 09:50
  • SUMMERMONZA2019»: l'estate è adesso

    Sabato 07 Ottobre 2017 10:00

Scelti da Noi

Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

Ricordati di Vittorio Brambilla quando arrivi a Monza PDF Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 16
ScarsoOttimo 
Domenica 10 Marzo 2019 17:55
(Mattia Mauri, blogger esperto automobilismo). Mattia Mauri in libertà 
Mercoledì sera la sala stampa dell’Autodromo Nazionale di Monza pullulava di appassionati ed addetti ai lavori: qualcuno è addirittura rimasto in piedi. Quella sala stampa, che ha accolto nella lunga storia dell’autodromo le più svariate star mondiali del panorama motoristico, trasudava, in occasione della presentazione del libro di Walter Consonni ed Enzo Mauri “Vittorio Brambilla – il mago della pioggia”, un orgoglio tutto brianzolo: l’orgoglio di un popolo visto spesso quale un gruppo di cinici lavoratori, demattiaditi alla “fabbrichetta”, che ha mostrato, nel ricordo di Vittorio Brambilla, una vena di sana e genuina passione motoristica, piena di aneddoti impregnati di benzina e velocità.
Non mancava nessuno a ricordare e celebrare un pilota che, per quanto probabilmente poco conosciuto ai più giovani, è uno di quei monzesi di cui tutti dovremmo andare fieri. Una storia monzese, nata in via Cimarosa, dove Ernesto (conosciuto ai più come “Tino”) e Vittorio (il “Mago della pioggia”) respirano l’aria dei motori sin da piccoli nell’officina gestita da papà Carletto. Si sa, respirare aria buona fa bene ai bambini: ai Brambilla fa benissimo, diventando entrambi piloti di Formula 1. Tino, come ogni buon fratello maggiore, sprona e consiglia Vittorio, conscio che è “un gran manico, ul mè fradèl ”. I risultati non tardano ad arrivare: Vittorio si dimostra un pilota versatile, come in voga ai tempi, affermandosi dapprima nelle corse motociclistiche, per poi scalare la piramide delle corse automobilistiche. Dato che correre in macchina è da sempre una disciplina (anche) economicamente impegnativa, la famiglia Brambilla, già impegnata a sostenere la carriera di pilota di Tino, non può garantire risorse a sufficienza per il secondogenito, che deve accontentarsi di un kart per iniziare ad affinare le proprie capacità di pilota di motociclette trapiantato nelle quattro ruote. Cominciando con un kart col telaio prodotto direttamente in officina dai Brambilla, Vittorio arriva ad affermarsi Campione del Mondo nella classe 200 cc nel 1962. La carriera automobilistica sta sbocciando, non serve far altro che continuare a coltivarla: il tanto agognato sedile di Formula 3, visto quale traguardo naturale per una campione di kart, deve aspettare ancora qualche tempo per poter fare da appoggio alle terga di Vittorio. Ci sarà ancora qualche anno di palestra nella Formula 4, fino al 1968, l’anno della svolta in casa Brambilla. Tino ottiene infatti il sedile di una Formula 2, per cui si libera lo spazio per il fatidico esordio di Vittorio in Formula 3. Il talento di Vittorio spicca anche in Formula 3: nel 1972, infatti, raggiunge la vetta del campionato italiano. Il trionfo di Vittorio in Formula 3 è la prova più evidente del fil rouge che percorre questa storia: l’orgoglio brianzolo del successo di un pilota nato a Monza, alla guida di una monoposto perfezionata in un’officina monzese (quella dei Brambilla), con un telaio omologato da una Casa kartistica lissonese (quella fondata da Guido Sala, Birel), sponsorizzata da un’azienda di utensili sovicese (la Beta).
Quello che succede dopo è storia: l’approdo in Formula 1, quella Formula 1 magica ed ormai scomparsa, dove i piloti arrivavano in moto al circuito, facevano la coda con i tifosi per entrare e passavano i momenti in cui non si correva al fianco di meccanici privi di laptop ma con enorme manualità ed arte dell’arrangiarsi. Culmine dell’epopea in Formula 1 di Vittorio Brambilla è il grande successo del 17 agosto 1975 sul circuito di Zeltweg, Austria. Una gara corsa sotto l’acqua battente, in un autodromo paragonabile per i più ad “una piscina”, dove fece la differenza la grande sensibilità di Vittorio: una sensibilità che, come lui stesso sottolineò in un’intervista concessa qualche anno dopo alla tv pubblica, derivava anche dalla precedente esperienza di pilota di moto. In quella domenica di pioggia incessante Vittorio portò la sua March 751 davanti a nomi del calibro di James Hunt, Patrick Depailler, Emerson Fittipaldi e Clay Regazzoni. La presentazione del libro su questo grande monzese è stata una bellissima occasione per trovarsi tra brianzoli prestati al mondo dei motori: c’erano i due autori del libro, Walter Consonni ed Enzo Mauri; due giornalisti del calibro di Giorgio Terruzzi, che ha raccontato un paio di retroscena vissuti con Vittorio Brambilla, e Pino Allievi, reporter della Gazzetta dello Sport che ha vissuto da vicino la carriera di entrambi i ​ fratelli Brambilla; tra le autorità, spiccavano il direttore generale dell’Autodromo Pietro Benvenuti, che ha raccontato del proprio entusiasmo di concedere la sala stampa per la presentazione di un libro che aspettava da tanti anni, ed il sindaco di Monza Dario Allevi, che ha svelato come sia proprio Vittorio Brambilla il terzo nell’Olimpo dei suoi piloti preferiti insieme a Gilles Villeneuve ed Ayrton Senna.
È un libro che qualunque brianzolo dovrebbe leggere: il più banale dei motivi potrebbe essere quello di capire quanto è stato grande questo monzese per guadagnarsi l’intitolazione del piazzale antistante l’ingresso di Vedano al Lambro del Parco, quello che conduce direttamente in Autodromo. Dovrebbe comunque leggerlo perché non è la semplice storia del sogno di un meccanico che ha sfidato gli dèi dell’automobilismo: è la storia di uno di noi, di uno che ha passato “più ore in officina dell’orologio appeso alla parete” e, proprio grazie a quella dedizione, ha coronato dei sogni che i mezzi disponibili raffiguravano come utopia. È la storia dell’orgoglio di una terra, che dimostra come questo popolo di dediti lavoratori sappia coniugare la tipica (apparente) pragmaticità con il romanticismo delle storie più intrise di passione, come quella che Vittorio aveva per le gare ed i motori.
https://mattiamauriblog
 
https://mattiamauriblog
 
Ricerca / Colonna destra
Segui i nostri feed per essere sempre aggiornato!

L' Editoriale

L'umanità è diventata litigiosa per volontà.

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

Anche gli animali litigano, ma per qualcosa o qualcuno, ovvero per fame, per difendere i cuccioli, per il controllo del branco o di un territorio. E alla fine uno dei due litiganti, spesso, muore. Non obbediscono ad alcuna legge se non quella della natura. Non professano alcun credo, storia o cultura: seguono, semplicemente, il loro istinto.

Gli animali intraprendono battaglie, però, non hanno mai fatto le guerre. Probabilmente perché non conoscono la politica e l'economia, le ideologie. Difficile pensare a tigri asiatiche che dichiarano guerra a ghepardi africani, lupi americani che preparano l'invasione agli orsi canadesi, pesci del pacifico che aizzano quelli dell'atlantico, eccetera.

Noi invece, noi che siamo uomini e a differenza degli animali abbiamo l'uso della ragione, beh... quando la vogliamo mettere in moto! Puntiamo con scelte mirate “il nemico”, ce lo scegliamo come si sceglie il migliore piatto di un ristorante magari consigliati da amici o dai giornali.

Noi, gli umani, alimentiamo lo scontro, e solo se in difficoltà di fronte agli altri invochiamo l'aiuto del branco, altrimenti colpiamo alle spalle.

Ciò che conta, per noi, non è tanto la guerra quanto quello che sta in mezzo.

Tutto quello che ci separa e ci intrattiene dall'inizio alla fine della guerra, ovvero gli elementi psicologici, come l'invidia e la frustrazione, quelli verbali, ovvero l'uso malvagio e animoso delle parole, eccetera.

È questo che distingue un litigio da una guerra, la litigiosità dalla belligeranza.

Noi, gli umani, vogliamo “il sangue”. Non per difendere qualcosa o qualcuno, ma soltanto per il semplice gusto di essere contro.

Perché a noi umani piace litigare. Punto. E ci piace soprattutto vederlo fare, in televisione, alla radio, sui social. Se la rete era nata con l’intento di unire le persone di un Campus universitario oggi di fatto le divide, crea fazioni o le coalizza, dipende dai punti di vista sempre di più. Nell'era degli algortmi è questo il nuovo Colosseo: un'arena globale del disprezzo a buon mercato, nella quale il pollice verso - spesso, solo per imitazione - lo usano milioni, miliardi di autoproclamatisi imperatori, censori o pseudo Catoni odierni.

Ed è lontano quel tempo in cui anche gli imperatori ed i sovrani erano per lo meno obbligati a studiare.

 

Salvate il Soldato M49

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

orso(laura G. D'Orso). M49 non si trova e … per fortuna. Ad oggi non ci sono sondaggi disponibili tra i sostenitori dell’orso M49 e i favorevoli all’abbattimento ma l’orso trentino in fuga, con sentenza di possibile condanna a morte, negli italiani suscita decisamente più simpatia che paura. L’ipotesi di abbattimento che pende sul capo di M49 come una spada di Damocle è sbagliata.

“È pericoloso” dicono lassù nelle valli, eppure non ha mai attaccato l’uomo. È un animale “problematico” e “potenzialmente” aggressivo, scrive l’Istituto superiore per la ricerca ambientale, ma non è un buon motivo per farlo fuori se si avvicina ai centri abitati. Se poi ha scavalcato una recinzione con sette fili a 6mila volt non significa certo che rappresenti una minaccia per l’uomo, come sostiene la Provincia di Trento. Ma nella visone omocentrica moderna che vuole l’uomo empiricamente al centro dell’universo si è mancato di sottolineare che l’orso in questione altro non è che a “casa” propria, sulle sue montagne. Se gli esseri umani si sono spinti oltre i confini infiniti di un orso maschio che in un giorno percorre migliaia di chilometri, l’errore non è dell’orso ma nell’uomo che non ha ancora capito che nulla può contro la Natura. E’ come cercare di uccidere uno squalo perché i surfisti possano divertirsi fra le onde, o mettere sotto chiave tutte le vipere in modo che i cercatori di funghi non vengano morsi quando tentassero di coglierli.

“Cammina alla velocità di un uomo, se è scappato in piena notte non sarà lontanissimo, ma senza radiocollare non sarà facile trovarlo”. Se spareranno? E’ presto per parlarne, dipenderà dalla situazione”.

In contatto ci sono il Presidente della Provincia, la Protezione civile, pattuglie della forestale e gli agenti (anche quelli della cinofila) che stanno cercando in una vasta area M49, l’orso catturato la scorsa notte in val Rendena dopo l’ordinanza firmata dalla Provincia. Neanche Igor il Russo causò così tanto allarmismo!

Come l’animale sia riuscito realmente a scappare è un mistero, qualcosa di “davvero inusuale”. Quella gabbia doveva essere sicura, in dodici anni nessun orso era mai scappato. “E’ un sistema comprovato da Ispra e ministero dell’Ambiente, per cui è davvero inusuale che sia potuto succedere”. Si difendono. Un recinto con pareti di quattro metri e una serie di fili elettrificati da 7.000 volt.

Ma questo è un … signor orso, non levi la libertà a chi nasce libero di muoversi per chilometri e scalare dirupi o alberi centenari trentini.

Una diffida, affinché non si dia nessun ordine di abbattimento dell’orso M49 è stata inviata dalla Direzione generale competente del ministero dell’Ambiente agli uffici della Provincia di Trento. “Nessuna istruttoria fin qui elaborata dagli uffici, in collaborazione con Ispra, ha mai valutato il tema dell’uccisione dell’esemplare – sottolinea il ministro Costa – Il fatto che sia scappato dall’area attrezzata per ospitarlo non può giustificare un intervento che ne provochi la morte.” Il presidente Fugatti moduli legittimamente il suo intervento.”

L’orso di 3 anni è considerato responsabile di numerosi danneggiamenti al patrimonio zootecnico e di tre tentativi di intrusione in locali produttivi o privati ed era stato al centro delle polemiche proprio ai piani alti del ministero dell’Ambiente.

Il braccio di ferro per la cattura di M49, durato diverse settimane, aveva chiamato in causa anche l’Enpa, che il 29 giugno ha lanciato l’hashtag #salvinisalvalorso per un appello con oltre 35mila adesioni. Solo il ministro dell’Interno sarebbe potuto intervenire per bloccare la cattura dell’orso sul quale ormai pende l’ordine di sparare a vista.

Insieme ad altre associazioni ambientaliste, come la Lac (Lega Abolizione Caccia) era stata lanciata una petizione per evitare la sua cattura. Ora invece sui social è stato lanciato l’hashtag #fugaperlalibertà da coloro che fanno il tifo per la vita dell’animale.

L’hanno rinchiuso e lui, a dispetto delle misure a dire dei responsabili più restrittive del carcere bis dei capi mafiosi se ne è fatto un baffo e solo dopo tre giorni è amabilmente evaso, fuggito. Dovremmo forse preoccuparci di più dell’incompetenza e della poca abilità di chi non ha saputo valutare i giusti accorgimenti per allestire un recinto sicuro. Non serve un ingegnere, ma una normale competenza zoologica.

In ogni caso l’evasione della “primula rossa” con tanto di delibera sull’abbattimento di M49 non è necessario perché si può aggirare l’ostacolo.

             Uno: organizzando un recinto idoneo.

             Due: catturando il parente di Yoghi e Bubu e spostandolo lontano, per esempio con la vicina Slovenia che dispone di un territorio meno antropizzato, dal quale era arrivato per ripopolare le vallate italiane del Trentino. (l’orso, unico “immigrato che scappato da una struttura protetta senza aver ucciso nessuno viene dichiarato passibile della pena di morte!). Così fanno in Usa e Canada collaborando per il trasbordo di animali fra uno stato all’altro.

             Tre: con gli orsi bisogna predisporre strategie di gestione controllate. Con l’emotività non si gestisce un bel nulla. Se in Abruzzo i montanari convivono da centinaia di anni con gli orsi e i lupi significa che una strada possibile esiste. Certo, non si tratta di teneri leprotti e quindi nella convivenza, vanno messi in conto anche problemi, che nel caso dei plantigradi prevedono mosse preventive.

Sappiate inoltre che nelle città italiane si rischia di più nell’incontro di certi cani feroci e male gestiti dai proprietari. L’orso, non considera l’uomo una preda e il più delle volte scappa e probabilmente anche M49 farebbe lo stesso se non lo spaventassero.

Se un orso attacca è perché ha la percezione di doversi difendere o, se madre, difendere la prole.. Può succedere che abbia i piccoli. Infine la contabilità: in montagna uccidono di più l’impreparazione, l’ineguatezza delle attrezzature, i pericoli sottovalutati. E … i funghi: ogni anno muoiono 35 fungaioli, dispersi o in un burrone.

Perciò spero in una lunga vita a M49. #fugaperlalibertà