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Francesco Totti, Vincenzo Iacopino, Simone Vergassola, Miccoli, Inzaghi e la leva calcistica del ’76. PDF Stampa E-mail
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Martedì 30 Maggio 2017 05:58
170530 fonte ANSA calcio monza(Laura Giulia D’Orso) Correva l’anno 1998 e la Patria chiamava i giovani della leva del ’76: a pensarla adesso, col senno di poi, direi “ottima” annata”! I migliori che già militavano nelle giovanili delle squadre blasonate del Campionato Italiano, vedi Samp, Roma, Toro, Juve ebbero la possibilità di continuare a potenziare, imparare ed allenarsi restando in ambito sportivo. L’esercito aveva messo appunto una Nazionale Militare in un centro Federale di proprietà dell’Esercito a Cecchignola, Roma, nella zona dell’Agro Romano (ex Municipio Roma XII). L’intento era di competere con altre squadre italiane ed europea sempre sotto l’effige italica dell’Esercito.
 
E fu proprio lì che i quattro giocatori poi diventati compagni, provenienti da regioni tanto differenti, dai caratteri estremamente diversi ma uniti nell’immensa passione per il calcio si conobbero e fecero amicizia. Quella amicizia vera che si coltiva giorno dopo giorno, calcando un campo d’erba sotto la pioggia o sotto il caldo torrido che non dà tregua e che fa degli spogliatoi una tua seconda famiglia.
Questo ricordo vuole essere un omaggio ad una “nazionale” scomparsa: la Nazionale militare di calcio dell'Italia. La nazionale non esiste più da quando la leva non è più obbligatoria.
Oggi, i calciatori possono essere visti come odierni semidei, solo pochi anni addietro gli stessi dovevano ottemperare agli obblighi di leva, come e al pari dei loro coetanei meno celebri e meno bravi nell’arte calcistica.
Sotto lo sguardo vigile e severo di Mister Gennaro Olivieri passarono successivamente anche nomi del calibro di Del Piero, Delvecchio, Cannavaro. Ma tempo qualche anno e fu introdotta la riforma della leva di Andreatta e dal 2000 la nazionale militare non presenterà più alcun professionista.
 
Si racconta che allora Gennaro Olivieri disse: “Siete bravi calciatori e bravi ragazzi: farete una grande carriera. Non abbiamo vinto insieme il Mondiale militare, vincerete da soli quello vero...” Parole sante non furono mai dette!
Il direttore generale del Monza Calcio, Vincenzo Iacopino, intervistato al telefono, ovviamente, di ricordi ed aneddoti ne ha parecchi anche molto divertenti su Totti e non solo, ma si sa da sempre: negli spogliato vige la regola del “nulla trapela all’esterno”. E, quelli se li tiene stretti nel cuore, ma di una cosa Iacopino è certo: già allora Francesco Totti era un ragazzo genuino, buono e aperto. Le dietrologie e i compromessi non facevano parte del suo carattere e mancherà al calcio che conta, non ne ha dubbi! Il suo addio ad un mondo per cui ha dato tutto ed il commiato alla squadra e alla città che lo ha adorato e lo adora è stato un misto di dolore, orgoglio e amore immenso per l’uomo, per il giocatore e per il grande professionista che tutti i tifosi italiani, senza distinzioni di fedi calcistiche, hanno imparato ad amare.
 
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L' Editoriale

Il mio Presepe

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

(Laura Giulia D’Orso). Quest’anno ho deciso di fare due Presepi, uno in casa ed uno in ufficio. E ho deciso intenzionalmente di farlo perché è un simbolo, il mio simbolo, il simbolo della mia casa. In un paese dove sembra che costruire un Presepe sia quasi un’offesa verso le altre culture io non lo credo. In quel Presepe ci sono io, c’è la mia cultura, c’è il mio passato ed il mio presente e vorrei ci fosse il mio futuro. Ci sono i miei valori, c’è la mia civiltà e tutto questo ….. è nel mio Paese. Non offende un bambino in una mangiatoia che scappa con la famiglia da Erode, non offende un bambino che nasce in una grotta osannato da angeli ed umili pastori. Suvvia, non può offendere nessuno! Il mio Presepe è particolare. Mi è stato portato tanto tempo fa da Betlemme, da un prete al seguito del cardinale Carlo Maria Martini. Piccolo, di porcellana, fragile ed indifeso in quel viaggio aereo come lo è quella piccola famiglia che rappresenta. Quel Bambino non chiede regali costosi, non vuole omaggi adulatori, non ama il consumismo e regali costosi, non pasteggia con pranzi prelibati, con onerose pietanze per la cena.
Anzi, resta stretto nel tepore delle braccia di Sua Madre.
Poi con il tempo il mio piccolo Presepe si è arricchito di altri due piccoli Gesù che maestre molto capaci ed intelligenti dei miei figli hanno fatto plasmare da mani infantili con il Das, quella pasta per modellare che forse oggi non si usa neanche più. E così il Presepe è diventato suo malgrado Uno e Trino. Un solo Dio e tre Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto racchiuso in venti centimetri quadrati: la mia cultura, la mia Fede, la mia religione, la mia vita.

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Se Starbucks non conosce bene la storia d’Italia

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

(Laura Giulia D’Orso) Correva l’anno 1882 e il governo italiano guidato da Depretis comprava la Baia di Assab dalla società Rubattino per 104.100 lire. Lo Stato Italiano decideva quindi di avviare la sua politica coloniale seguendo l’esempio di altri stati europei come la Francia, il Belgio e l’Inghilterra. Da un lato, c’era il desiderio di non essere assenti dalla spartizione del continente africano, dall'altro c’era la reale necessità di trovare uno sbocco alla sovrabbondanza della popolazione.

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