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Assoprovider scrive al ministro Calenda: «Incentivi e sgravi anche per i piccoli operatori telefonici» PDF Stampa E-mail
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Lunedì 07 Agosto 2017 21:12
Assoprovider, l'associazione di provider indipendenti, scrive al ministro dello Sviluppo Economico affinché siano considerati tra gli attori degni di essere coinvolti nel piano di digitalizzazione del Paese (banda Ultra Larga, industria 4.0) anche le diverse migliaia di piccole aziende italiane che si occupano di TLC e del digitale italiano.
 
Dino Bortolotto, presidente Assoprovider: «Ripensiamo i contributi per le frequenze licenziate, con misure a costo zero per accelerare il business dei piccoli provider italiani»
 
Assoprovider - con questa lettera aperta - chiede al ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda di considerare tra gli attori degni di essere coinvolti nel piano di digitalizzazione del Paese (banda Ultra Larga, industria 4.0) anche le diverse migliaia di piccole aziende italiane che da diversi decenni si occupano di TLC e del digitale italiano.
 
Si tratta di operatori economici tipici del tessuto imprenditoriale italiano, che ISTAT certifica essere costituito per il 95% da imprese con meno di 15 addetti. Più di 5.000 PMI delle TLC che generano complessivamente un giro di affari annuo superiore al Miliardo di Euro con importanti ricadute nell’indotto e nell’occupazione (specialmente giovanile). Le sole Aziende associate ad Assoprovider sviluppano un giro d’affari di 150milioni di euro pur rappresentando poco meno del 10% delle PMI impegnate nel settore TLC. Si disegna così un importante comparto del mondo delle telecomunicazioni che finora non ha mai usufruito di aiuti economici da parte dello Stato e che chiede al Governo di facilitare, con semplici misure, l’accelerazione degli investimenti che stanno facendo con il Fixed Wireless e la fibra ottica sul territorio.
Giova ricordate che sono queste le aziende che hanno contribuito realmente e in modo significativo alla riduzione del digital divide nelle zone a bassa densità abitativa, ossia quelle che vengono unanimemente considerate a fallimento di mercato dalle Big Telco. Grazie al modello di business "ad alto rapporto benefici/costi" delle PMI, costituito da una filiera corta e di prossimità con il territorio, sono possibili significativi ritorni economici anche in zone poco popolate.
 
Per consentire lo sviluppo di questo percorso virtuoso, Assoprovider chiede che vengano sanate alcune storiche distorsioni anti competitive nella  gestione delle risorse collettive, come ad esempio lo sono le frequenze licenziate (tecnicamente usate per le connessioni radio di tipo "punto a punto").
 
Assoprovider sottolinea che esiste un patrimonio collettivo composto da milioni di "tratte licenziate" che è tuttora utilizzato per meno di un centesimo delle sue possibilità, dovuto soprattutto al fatto che  viene caricato di contributi amministrativi annuali tra i più cari d'Europa (circa il doppio del più caro paese europeo). Con questa distorcente soglia d’ingresso, si ottiene l’effetto che rimangano sottoutilizzate e ad appannaggio solo delle Big Telco che possono permettersi di occupare dette frequenze.
Rimodulare opportunamente questi contributi amministrativi - oltre ad accrescere il gettito dei contributi stessi per via dell'ampliamento della platea di soggetti interessati ad accedere al parco frequenziale - darebbe ai piccoli operatori nuove opportunità di crescita e quindi maggiore copertura digitale al Paese, con l'opportunità di creare un maggior numero di posti di lavoro diretti e indotti.
Questa che proponiamo è una misura di facile attuazione con benefici per le casse dello, che può esser attuata per decreto ministeriale. Contiamo quindi che il Ministro confermi la sua dinamicità nell’attuazione delle iniziative volte alla digitalizzazione del Paese, attuando misure “inclusive” di questi attori essenziali per lo sviluppo del Paese, rappresentato dalle PMI delle Telecomunicazioni.
 
Il presidente
ASSOPROVIDER
Dino Bortolotto
ASSOPROVIDER - Associazione Provider Indipendenti
 
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L' Editoriale

Ad buon intenditor poche parole

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(Laura Giulia D’Orso) Esistono numerosi studi economici che analizzano l’impatto del cambio di un manager sulle performance di un’azienda. Le stime sono rilevate in genere nelle aziende quotate in borsa ma risultano ignote nelle aziende di dimensioni più piccole. I dati presi dallo sport non fanno eccezione: in particolare, quelli del calcio. In genere “il manager” che viene rimosso per primo e sostituito nel calcio è l’allenatore, che affronta il rischio dell’esonero. Si parla sempre più di leadership, di motivazione: il vero capo è colui che sa tirare fuori il meglio dai suoi collaboratori, creando un gruppo unito ed una missione da raggiungere. Nel calcio è cercare di vincere una partita, allora i giocatori non sono troppo diversi, ognuno con il proprio ruolo, dal team di un’azienda che punta alla realizzazione di un progetto di successo. I dati calcistici hanno quattro vantaggi, in particolare, per studiare questo fenomeno. Innanzitutto, la performance è misurata su base settimanale, attraverso tre semplici indicatori: vittoria, pareggio o sconfitta della squadra. Le scelte dell’allenatore sono osservabili da tutti, cioè i giocatori schierati ed il tipo di gioco adottato. Le competizioni calcistiche sono relativamente omogenee tra loro, confrontando tra loro squadre con gli stessi obiettivi Le caratteristiche importanti degli allenatori sono conosciute, come l’esperienza pregressa nello sport, l’età, e i risultati ottenuti in passato. Si possono estrarre da questi dati tre ipotesi La prima è la teoria del “senso comune”, secondo la quale un allenatore è il responsabile dei risultati deludenti di una squadra. La seconda teoria è quella del “circolo vizioso”: nonostante l’esonero, la squadra continuerà a fare male, a causa della confusione all’interno delle relazioni societarie. Il cambio allenatore avrà un effetto destabilizzante, in negativo. La terza teoria che tenta di spiegare il fenomeno dell’esonero prende il nome del “rito del capro espiatorio”. Un tecnico è allontanato solo per divergenze con la società ma ha l’appoggio dei tifosi, dei media e soprattutto dei suoi giocatori. Ma è davvero così o potrebbe trattarsi di una sorta di illusione ottica? I risultati del campo possono essere influenzati da diversi fattori, che non sono presi in considerazione da un approccio comparativo semplicistico. Innanzitutto, il nuovo allenatore e quello precedente non giocano contro gli stessi avversari, né un nuovo management ha per forza di fronte le stesse sfide di quello precedente. Ad esempio, è possibile che l’allenatore esonerato abbia iniziato la stagione affrontando gli avversari più forti, mentre il nuovo si trova lungo il percorso avversari meno forti. Oppure che il management abbia dato vita a un’opera di risanamento lacrime e sangue i cui effetti si vedranno solo in un futuro più lontano. Quindi, cambiare allenatore o management può essere del tutto inutile? Nel caso delle piccole e medie squadre gli studi dicono di si, porta incertezza. Da quanto il Monza Calcio è passato di mano ed i nuovi proprietari sono Silvio Berlusconi e l’ad. Galliani, la squadra non ha più vinto. I risultati positivi delle prime tre partite si sono trasformate in una sconfitta e due pareggi. Certamente non aiuta al gruppo, all’allenatore e allo staff tecnico, leggere e sentire da certa stampa nomi accostati a quello o a questo. Non aiutano sapere che già si cerca un nuovo allenatore o che lo staff potrebbe essere “invaso” da ex milanisti. Diamo perciò a Mister Zaffaroni ciò che è di Mister Zaffaroni: il merito di avere creato un gruppo unito, una missione da raggiungere, una leadership forte dello staff e ……. basta “sparate”.