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Mozione urgente per ricorso di regione Lombardia contro legge Delrio PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 11 Gennaio 2017 22:35
Regione Lombardia faccia ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge Delrio, dopo la bocciatura della riforma costituzionale alla quale la stessa legge fa esplicito riferimento: è quanto chiede una mozione urgente presentata al Consiglio regionale dal capogruppo della Lista “Maroni Presidente”, Stefano Bruno Galli.
«La legge “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, meglio nota come legge Delrio – spiega Galli –, è una sorta di premessa al disegno di legge costituzionale incappato in una solenne bocciatura nel referendum dello scorso 4 dicembre, che ha registrato una larghissima affluenza alle urne e una netta vittoria del “no”. È del tutto evidente come il giudizio contrario dei cittadini rispetto alla riforma costituzionale si riversi direttamente sulla legge Delrio, che si pone espressamente come premessa di quella riforma».

«Solo in un Paese come questo – rincara Stefano Bruno Galli – si varano delle leggi ordinarie, si pensi alla legge elettorale o alla stessa legge Delrio, ancorandole a una riforma costituzionale di là da venire, quando sarebbe ragionevolmente opportuno seguire il percorso inverso, cioè varare la legge costituzionale e, a cascata, ma solo in un secondo momento, tutte le altre leggi ordinarie. Anche perché, nella gerarchia delle fonti, le leggi costituzionali stanno al primo posto. E la Costituzione è “rigida”.

Con questo ribaltamento del modo di procedere qualsiasi semplice legge ordinaria approvata dal Parlamento potrebbe intervenire su qualsiasi articolo della Costituzione, arrecando gravi danni all’ordinamento giuridico e agli assetti istituzionali, in previsione di una futura riforma costituzionale ancora da approvare. Ho sempre auspicato – conclude il capogruppo – che Regione Lombardia impugnasse la Delrio, che ritengo una delle peggiori leggi della storia repubblicana; adesso è giunto il momento di farlo».

 
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L' Editoriale

Il mio Presepe

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

(Laura Giulia D’Orso). Quest’anno ho deciso di fare due Presepi, uno in casa ed uno in ufficio. E ho deciso intenzionalmente di farlo perché è un simbolo, il mio simbolo, il simbolo della mia casa. In un paese dove sembra che costruire un Presepe sia quasi un’offesa verso le altre culture io non lo credo. In quel Presepe ci sono io, c’è la mia cultura, c’è il mio passato ed il mio presente e vorrei ci fosse il mio futuro. Ci sono i miei valori, c’è la mia civiltà e tutto questo ….. è nel mio Paese. Non offende un bambino in una mangiatoia che scappa con la famiglia da Erode, non offende un bambino che nasce in una grotta osannato da angeli ed umili pastori. Suvvia, non può offendere nessuno! Il mio Presepe è particolare. Mi è stato portato tanto tempo fa da Betlemme, da un prete al seguito del cardinale Carlo Maria Martini. Piccolo, di porcellana, fragile ed indifeso in quel viaggio aereo come lo è quella piccola famiglia che rappresenta. Quel Bambino non chiede regali costosi, non vuole omaggi adulatori, non ama il consumismo e regali costosi, non pasteggia con pranzi prelibati, con onerose pietanze per la cena.
Anzi, resta stretto nel tepore delle braccia di Sua Madre.
Poi con il tempo il mio piccolo Presepe si è arricchito di altri due piccoli Gesù che maestre molto capaci ed intelligenti dei miei figli hanno fatto plasmare da mani infantili con il Das, quella pasta per modellare che forse oggi non si usa neanche più. E così il Presepe è diventato suo malgrado Uno e Trino. Un solo Dio e tre Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto racchiuso in venti centimetri quadrati: la mia cultura, la mia Fede, la mia religione, la mia vita.

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Se Starbucks non conosce bene la storia d’Italia

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(Laura Giulia D’Orso) Correva l’anno 1882 e il governo italiano guidato da Depretis comprava la Baia di Assab dalla società Rubattino per 104.100 lire. Lo Stato Italiano decideva quindi di avviare la sua politica coloniale seguendo l’esempio di altri stati europei come la Francia, il Belgio e l’Inghilterra. Da un lato, c’era il desiderio di non essere assenti dalla spartizione del continente africano, dall'altro c’era la reale necessità di trovare uno sbocco alla sovrabbondanza della popolazione.

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