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A riveder le stelle: il Teatro alla Scala affronta Sant’Ambrogio in tempo di pandemia PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 02 Dicembre 2020 09:32
(Vittoria Lìcari) Sognava il suo primo 7 dicembre da sovrintendente, ma non immaginava certo che sarebbe stato così fuori dall'ordinario. Appena arrivato al Teatro alla Scala di Milano, Dominique Meyer si è trovato a fare i conti con la pandemia, come del resto i responsabili di tutti gli altri teatri d’opera del mondo.
 201202 a rivedere le stelle locandinaMa la serata di Sant'Ambrogio va oltre l'evento meramente teatrale, e la sua cancellazione sarebbe stata quasi uno schiaffo alla città tutta, non solo ai melomani, o a coloro che solitamente vi presenziano per motivi istituzionali o mondani. Altrove è stata da tempo scelta la modalità dello spettacolo in streaming, ma la Scala non è un teatro come tutti gli altri: si doveva trovare il modo per trasformare questo 7 dicembre 2020 così difficile, questa serata di gala mancata, in un evento comunque straordinario. La decisione di non procedere con le prove - peraltro già iniziate nel mese di ottobre - della Lucia di Lammermoor di Donizetti, titolo che avrebbe dovuto aprire la stagione 2020/2021, si era basata sull’assoluta necessità di salvaguardare la salute del personale scaligero, data la preoccupante situazione scaturita da un focolaio di Covid19 registrato all'interno del coro. Fare di necessità virtù, comunque, non significa rassegnarsi a soluzioni di ripiego.
 
 
Così Meyer si è rivolto a Davide Livermore, multiforme uomo di teatro, nonché regista delle ultime due inaugurazioni scaligere – Attila nel 2018 e Tosca nel 2019 - per studiare qualcosa che trasformasse una pesante limitazione in una grande opportunità. Livermore ha pensato a un viaggio nel teatro musicale visto non solo come catalizzatore di bellezza, emozioni e sentimenti, ma anche come portatore di valori civili, che l’uomo contemporaneo può ritrovare nella propria vita quotidiana. Ed ecco quindi il programma. Scene d’opera e momenti di danza vedranno la partecipazione di ventiquattro cantanti fra i più in vista nell’attuale panorama lirico internazionale, tutti legati alla Scala da precedenti collaborazioni (Ildar Abdrazakov, Roberto Alagna, Carlos Álvarez, Piotr Beczala, Benjamin Bernheim, Eleonora Buratto, Marianne Crebassa, Plácido Domingo, Rosa Feola, Juan Diego Flórez, Elīna Garanča, Vittorio Grigolo, Jonas Kaufmann, Aleksandra Kurzak, Francesco Meli, Camilla Nylund, Kristine Opolais, Lisette Oropesa, George Petean, Marina Rebeka, Luca Salsi, Andreas Schager, Ludovic Tézier, Sonya Yoncheva) e di otto danzatori scaligeri (l’étoile Roberto Bolle, i primi ballerini Timofej Andrijashenko, Martina Arduino, Claudio Coviello, Nicoletta Manni e Virna Toppi e i solisti Marco Agostino e Nicola Del Freo). La maggior parte dei brani d’opera proverrà dal repertorio italiano (Verdi, Donizetti, Rossini, Puccini), ma includerà anche pagine di altri grandi compositori europei (Bizet, Massenet, Wagner), mentre le musiche dei balletti saranno di Pëtr Il’ič Čajkovskij (Lo schiaccianoci, con la classica coreografia di Rudolf Nureyev), Davide Dileo ed Erik Satie (coreografati da Massimiliano Volpini) e, ancora, Giuseppe Verdi, di cui verrà presentata la Verdi Suite, omaggio alla musica italiana su coreografia di Manuel Legris, nuovo direttore del balletto.
 
Due saranno i brani per sola orchestra, il preludio di Rigoletto e quello di un’altra celebre opera, per ora mantenuta segreta. A questo proposito, però, durante la presentazione, Riccardo Chailly – accanto al quale ci sarà Michele Gamba a guidare l’orchestra per i momenti di danza - ha sottolineato quale grande impegno sinfonico sia molto spesso presente nel repertorio operistico, particolarmente in Puccini. Accanto ai titoli “classici” figurerà inoltre un brano apparentemente estraneo qual è Fragile di Sting, che, al contrario, è quanto mai adatto alla nostra attuale condizione.  
 
I momenti musicali, che tracceranno un percorso che va dalla “maledizione” come tema centrale di Rigoletto alla “catarsi” del finale di Guillame Tell, saranno collegati e contestualizzati grazie a testi recitati da attori – di cui non sono ancora stati resi noti i nomi, come ancora ignoti sono quelli degli stilisti italiani che vestiranno le cantanti - a significare una ideale continuità fra le arti.
Il complesso lavoro di drammaturgia dello spettacolo è nato dalla collaborazione fra Livermore e Paolo Gep Cucco, Andrea Porcheddu, Alfonso Antoniozzi, Chiara Osella e Gianluca Falaschi, che ha anche ideato i costumi. Le scene saranno curate dal regista stesso e dallo Studio Giò Forma (Florian Boje e Cristiana Picco), la cui esperienza ormai consolidata nel campo del teatro d’opera affonda le radici in un’attività multiforme che, attraverso l’allestimento di grandi eventi come Expo 2015 o dei palcoscenici del pop e del rock, ha assimilato tutte le tecnologie dello spettacolo del nostro tempo. La scenografia digitale è curata da D-wok, agenzia guidata da Paolo Gep Cucco.
 
Gran parte di quello che vedremo sarà in diretta, ma i problemi pratici legati alla difficoltà degli spostamenti in tempo di pandemia renderà necessario il ricorso anche a materiale preregistrato.
Ciò che renderà questo spettacolo – che verrà trasmesso da RAI 1 - assolutamente particolare sarà la presenza, accanto alla scenografia tradizionale e ai video – binomio che non costituisce affatto una novità - della realtà aumentata, di cui il pubblico, se fosse in sala, non potrebbe fruire in quanto deve essere mediata dall’occhio delle telecamere. Ecco, quindi, come una situazione limitante può essere trasformata in grande opportunità di innovazione. Attraverso le telecamere, inoltre, il pubblico potrà vedere luoghi del teatro solitamente inaccessibili ai non addetti ai lavori.
 
Il titolo dello spettacolo riprende il verso con cui si chiude l’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri, del quale nel settembre 2021 cadrà il settecentesimo anniversario della morte. Assumiamolo come messaggio benaugurante per l’anno in cui, come tutti speriamo, la pandemia possa essere sconfitta.
 
 
 
 
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L' Editoriale

I Lombardi

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(Laura Giulia D'Orso)

In Lombardia fin da piccolo impari che:

“Non ce la faccio – non si può dire.

“Non ci riesco – non esiste.

“Sono stanco” … non è mai abbastanza!

Ecco come sono i Lombardi nel bene o nel male a seconda di come

li vuoi guardare!

Testa bassa e lavorare.

I Lombardi, quelli veri, chiamati per scherzo Polentoni, sì, perché era la

polenta che si mangiava in tempi di difficoltà. Ma offendersi, mai.

Sì, perché la polenta è ruvida e dura fuori, con quella crosticina che si forma

quando si raffredda ma dentro dolce ed avvolgente.

I Lombardi sono così: dentro sono buoni, con il cuore tenero, fieri delle cose

rassicuranti: acqua sale e farina gialla.

I Lombardi ci sono.                                                                                                                                                                                

Sempre.

Silenziosi ma presenti, su loro puoi contare, sempre.

Molti non li sopportano, lo si percepisce, ma se te ne innamori … beh allora

sei spacciato perché sarà per sempre.

Piange la Lombardia, in silenzio e con orgoglio.

Lo fa senza rumore per non disturbare, con toni semplici e concreti.

Tenendo gli occhi bassi e la testa piena di mille pensieri, cercando soluzioni.

Passano le ambulanze con le sirene accese e i lombardi sentono e continuano.

Se la Lombardia si potesse abbracciare lo farei adesso, forte.

Non mollare, non lo hai mai fatto.

Ricordi? Non si può dire “non ce la faccio”

“non riesco” qui non esiste”

“sono stanca! non è mai abbastanza, ancora un po’”!

Una regione non si misura dalla sua lunghezza e larghezza ma dall’ampiezza

delle sue visioni e se decidi di sceglierla come “casa” devi sapere che

devi essere all’altezza dei suoi sogni!

 

“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

(Laura Giulia D’Orso). “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Cit. Goebbles  -  il ruolo delle fake news

La minoranza di coloro che leggeranno la frase la attribuirà ad un certo Joseph Goebbles. Altri la cercheranno su internet. Inoltre, navigando online, risulteranno richiami di articoli tipo quello, apparso nel 2016 sul Fatto Quotidiano: Gaffe di Farinetti: “Come diceva Goethe, a forza di ripetere una roba questa diventa vera. Ma la frase era di Goebbels!”

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