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Teatro alla Scala. Giulio Cesare in Egitto PDF Stampa E-mail
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Giovedì 09 Gennaio 2020 22:14
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Teatro alla Scala. Giulio Cesare in Egitto
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(Vittoria Licari) Quando, nel 1956, Giulio Cesare in Egitto venne rappresentata – prima opera di Georg Friedrich Händel su quel palcoscenico – al Teatro alla Scala, ancora non si parlava di “prassi esecutiva storicamente informata”, né il grande pubblico conosceva la particolare vocalità del controtenore, nota praticamente solo in Inghilterra sia per motivi legati alla tradizione corale britannica, sia per opera di Alfred Deller (1912 – 1979), che dal secondo dopoguerra si era dedicato alla riscoperta del repertorio barocco inglese e per il quale Benjamin Britten aveva scritto il primo grande ruolo per controtenore in tempi moderni, quello di Oberon nel Midsummer Night’s Dream (1960).
081 K61A4339 Bejun MehtaIl gusto del pubblico italiano era inoltre fortemente influenzato dalla consuetudine con il repertorio ottocentesco e dei primi decenni del Novecento, durante i quali aveva preso piede un tipo di interpretazione - che, seppur non proprio correttamente, si potrebbe definire, per brevità, “verista” - che aveva dato luogo a un buon numero di fraintendimenti circa la lettura dello stesso repertorio belcantistico. Gianandrea Gavazzeni, al quale era stata affidata la direzione di quella storica “prima”, aveva dunque rivisto i ruoli vocali, affidando la parte del protagonista al carismatico basso Nicola Rossi Lemeni, e quella di Sesto al più famoso tenore eroico italiano dei suoi tempi, Franco Corelli: una scelta, quest’ultima, che pur discostandosi in misura minore dalle volontà dell’autore – Händel aveva infatti ripensato per tenore la parte di Sesto nella seconda versione dell’opera, di un anno successiva alla prima, in cui era invece soprano – non caratterizzava comunque in modo corretto il personaggio, in quanto il tenore ai tempi di Händel era tutt’altra cosa. Gavazzeni aveva inoltre operato notevoli tagli alla partitura, il che non stupisce se si pensa che anche dalle opere del primo Ottocento italiano venivano tolte le ripetizioni delle cabalette o, addirittura, intere scene che si temeva potessero allungare eccessivamente la rappresentazione, annoiando di conseguenza il pubblico.
 (Foto: Bejun Mehta (Giulio Cesare))
La recente “seconda” di Giulio Cesare alla Scala è stata quindi radicalmente diversa dalla “prima”: niente tagli, ruoli maschili ricoperti da controtenori, un direttore “storicamente avvertito” qual è Giovanni Antonini, nonché l’orchestra della Scala su strumenti storici, realtà ormai consolidata grazie alla pluriennale collaborazione con Diego Fasolis.
Rappresentata per la prima volta il 20 febbraio 1724 al King's Theatre di Londra, con protagonista il famosissimo castrato Francesco Bernardi detto "il Senesino", contornato da alcuni fra i più celebrati cantanti del tempo, tra cui spiccava Francesca Cuzzoni come Cleopatra, Giulio Cesare in Egitto è uno dei capolavori operistici di Händel, caratterizzato da ricca inventiva musicale e varietà stilistica, con un’orchestra che, oltre agli archi e al basso continuo, prevede l’impiego in funzione concertante di numerosi strumenti a fiato: flauto traverso, due flauti diritti, due oboi, due fagotti e quattro corni.
 
Artefice del libretto fu Nicola Francesco Haym (1678-1729), personaggio poliedrico, nato a Roma da genitori tedeschi, collezionista – oltre che autore - di libretti d’opera, ma anche compositore e violoncellista, che rielaborò il libretto scritto da Giacomo Francesco Bussani per l’omonima opera di Antonio Sartorio (1630 – 1680) rappresentata a Venezia nel 1676.
Per rispondere alle esigenze del pubblico inglese, particolarmente sensibile all’aspetto visivo della rappresentazione  anche per motivi meramente linguistici, Haym semplificò la trama e rese lo svolgimento più incisivo, riuscendo nell’intento di riassumere con notevole efficacia drammatica le vicende storiche di due guerre civili – quella romana fra Cesare e Pompeo e quella egizia fra Cleopatra e Tolomeo – che fanno da sfondo alle vicende personali di ben cinque personaggi principali dai caratteri straordinariamente ben delineati. Ed è senza dubbio il connubio fra l’abilità drammaturgica di Haym e le emozioni veicolate dal dialogo fra voci e strumenti che penetra in profondità nella psicologia dei personaggi ad avere reso Giulio Cesare in Egitto una delle opere händeliane di maggior successo già vivente l’autore, e una delle prime a essere riprese nel Novecento - con la rappresentazione di Göttingen del 1922 - pur se in versioni alquanto rimaneggiate a partire, come già si è detto, dall’attribuzione dei ruoli vocali maschili.
 
Alla Scala Giovanni Antonini ha diretto la partitura della Hallische Händel-Ausgabe a cura di Frieder Zschoch, e l’unica licenza adottata è stata la suddivisione in due parti, anziché nei tre atti originari, peraltro benvenuta in quanto funzionale al mantenimento della concentrazione del pubblico.
Sulla scena ben quattro controtenori. Bejun Mehta (Giulio Cesare), ha perfettamente incarnato la potenza del personaggio, direttamente proporzionale al grande impegno vocale presente già dall’aria di sortita, ma che si spinge oltre le pure acrobazie vocali nel richiedere all’interprete la profondità espressiva necessaria ai momenti di riflessione, fra i quali spicca la celebre meditazione sull’urna contenente “le ceneri del capo del magno Pompeo”. Nella parte di Sesto – l’unico ruolo maschile che, alla “prima” londinese, venne sostenuto da una donna, il soprano en travesti Margherita Durastanti – un grande Philippe Jaroussky, al suo debutto scaligero, perfetto nell’esprimere il carattere adolescenziale del personaggio, musicalmente delineato da una particolare insistenza sulla tessitura acuta, diviso fra sete di vendetta e amletica incapacità di raccogliere l’eredità paterna. L’ottimo Christophe Dumaux era l’antagonista Tolomeo, i cui crimini costituiscono il motore dell’azione drammatica: un cattivo, dunque, ma non privo di complessità. Last but not least, nel ruolo di Nireno, confidente di Cleopatra e Tolomeo, un bravissimo controtenore italiano, Luigi Schifano. La splendida voce e lo stile inconfondibile di Sara Mingardo hanno perfettamente incarnato l’austero, infinito dolore della nobile Cornelia.
 
Seducente e ironica, oltre che musicalmente e vocalmente perfetta, la Cleopatra di Danielle de Niese, al suo debutto alla Scala, ma non nel ruolo, da lei interpretato più volte nella prima parte della sua carriera. Negli ultimi dieci anni il soprano ha cantato molto Rossini e Donizetti, la sua voce è cambiata e, di conseguenza, è cambiato anche il suo modo di impersonare l’affascinante regina d’Egitto, a disposizione della quale Händel predispone una vastissima tavolozza di colori racchiusa in pagine celebri e indimenticabili: su tutte “V’adoro, pupille”, dove la sensualità del testo e della musica si materializzavano visivamente, complice anche la duttilità del costume ideato da Gideon Davey - autore anche delle scene – il cui lavoro ha peraltro molto efficacemente contribuito a evidenziare le caratteristiche psicologiche di tutti i personaggi.
 
Collocando l’azione in uno scenario bellico contemporaneo e tecnologico, Robert Carsen non ha inteso, per sua stessa ammissione, cercare similitudini specifiche con situazioni analoghe, ma ha semplicemente voluto riferirsi alla perenne presenza della guerra nella storia dell’uomo: la rappresentazione delle battaglie ha trovato una realizzazione molto convincente nelle coreografie di Rebecca Howell, mentre la lettura “cinematografica” di Carsen è stata ulteriormente sottolineata dalle immagini di tre celebri interpreti della figura di Cleopatra sul grande schermo: Claudette Colbert, Vivien Leigh e Liz Taylor.
Dopo quasi trecento anni dalla sua prima rappresentazione, Giulio Cesare in Egitto conferma come i capolavori non perdano mai di attualità, ma, al contrario, possano essere importanti motivi di riflessione sul nostro presente.
 


 
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L' Editoriale

Rose e Libri per rivoluzionare il Mondo (Laura Giulia D'Orso)

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I recenti risultati dei test Ocse-Pisa hanno valutato le competenze di lettura di studenti di 80 Paesi nel mondo e gli esiti sono stati spaventosi. Mostrano che i nostri quindicenni faticano a comprendere un testo. I toni allarmistici di questi giorni, incolpano la scuola, ma centrano un po’ tutti, a catena. Centra il versante politico che non ha interesse a creare menti pensanti, centrano gli insegnanti magari anche impreparati sessantottini del 6 politico, o boriosi del loro sapere ma incapaci di comunicarlo oppure stanchi di avere a che fare con “non capaci” di attenzione, quasi apatici di conoscenza.
Che quasi l’80% dei ragazzi raggiunga solo il livello minimo richiesto per la comprensione di un testo è un risultato più o meno stabile da tempo. Siamo in stagnazione culturale e quella economica ne sarà ovviamente la conseguenza, ma sono anni che mai l’agenda politica sulla scuola cambia o se cambia lo fa in peggio. La ricerca di sensazioni forti, immediate, concrete, tangibili, sostituisce la ricerca del senso, della riflessione, del pensiero: i libri hanno pagine impegnative, le rose hanno le spine, i cellulari no.
Che cosa regalate ad un bambino di 12 anni? Vi siete mai chiesti, voi genitori, quanti libri ci sono nelle loro classi, a casa, sul loro comodino? Quanto tempo dedichiamo e passiamo con loro e gli insegniamo ad osservare la Natura e quanto tempo li piazziamo davanti ad uno “schermo babysitter”? Mi chiedo, è possibile che la scuola faccia amare la lettura a chi non sa cosa sia? La scuola fa ancora amare la lettura? Come si riesce a fare amare qualcosa a chi non ha sentore di cosa sia? Ai ragazzi sempre incollati ai social come è possibile portare via quella “facile droga”?
Nel 1941 vicino Praga, una minuscola cittadina polacca Terenzin fu trasformata dai nazisti per metà in ghetto per metà in campo di concentramento. Venne annunciato il rastrellamento casa per casa dei giovani, se non si fossero consegnati l’indomani con pochissimo bagaglio. Al mattino i ragazzi si presentarono, ma la libreria del paese era stata svuotata: durante la notte avevano preso un paio di libri a testa, per metterli nel solo bagaglio concesso. Le parole di uno scrittore, un filosofo, uno scienziato... erano per quei giovani beni di prima necessità: questione di sopravvivenza. Nella stessa nazione, a inizio secolo, è stata approvata una legge per ridurre l’inquinamento luminoso notturno e restituire il cielo stellato ai cittadini: luci schermate da una certa ora.
Il cielo stellato è in estinzione: un terzo della popolazione mondiale non vede più la Via Lattea, un europeo su due scorge una manciata di stelle delle tremila visibili a occhio nudo e l’Italia è tra i Paesi con il maggiore inquinamento luminoso. Durante “la notte di S. Lorenzo” solo ad alta quota si possono scorgere ancora le Sue lacrime, scie di desideri e richieste. Per essere felici bisogna comprare anziché comprendere, godere anziché gioire, accontentarsi anziché impegnarsi... salvo poi scoprirsi sempre insoddisfatti e per eliminare questo inevitabile disagio dell’anima c’è anche il palliativo dello sballo nei momenti di crisi ed arretratezza sociale. Non credo sia un caso che da noi il consumo di droga sia in crescita.
E se invece di “umanizzare” Sardine o qualsivoglia tipo di animale, i ragazzi, aiutati da chi ancora crede nella potenza distruttiva di un libro e della conoscenza, facciano un piccolo-grande passo a cominciare da casa, da scuola, dal lavoro?! Ciò per me significa regalare rose belle, profumate e con spine acute e tanti, tanti libri, a cominciare proprio da questo Natale.
 

Quanto è il valore ed il peso dell’amore. (Laura Giulia D’Orso)

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L’affermazione potrebbe sembrare una sinestesia, non si può usare una unità di misura per qualcosa che non risulta reale. Eppure, a ben riflettere, nel nostro agire quotidiano, siamo talmente abituati a controllare il costo delle cose, che siano beni o servizi, che spesso riteniamo che sia appunto quel dato prezzo ad identificarlo e così succede nei sentimenti. Siamo, però, così sicuri che il prezzo identifichi anche il reale valore di ciò che acquistiamo o proviamo? Certo, il prezzo è immediato e semplice da capire, mentre il valore presuppone un’analisi più approfondita.

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L'umanità è diventata litigiosa per volontà.

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Anche gli animali litigano, ma per qualcosa o qualcuno, ovvero per fame, per difendere i cuccioli, per il controllo del branco o di un territorio. E alla fine uno dei due litiganti, spesso, muore. Non obbediscono ad alcuna legge se non quella della natura. Non professano alcun credo, storia o cultura: seguono, semplicemente, il loro istinto.

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