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Macbeth al Teatro Fraschini di Pavia PDF Stampa E-mail
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Lunedì 04 Novembre 2019 19:38
MACBETH PAVIA 2019Macbeth di Giuseppe Verdi dal Teatro Fraschini di Pavia in tournée per i teatri di tradizione della Lombardia
 
Si dice che l'umiltà sia dei grandi. Ed è con grande umiltà che il maestro Gianluigi Gelmetti rispondeva a chi lo ringraziava per la sua superlativa interpretazione del verdiano Macbeth, proposto, nella versione del 1865, al Teatro Fraschini di Pavia. (Foto: Mario Mainino - Concertodautunno.it)
(Vittoria Lìcari) Partendo da un’accurata e approfondita analisi della partitura e di diverse fonti epistolari coeve alla composizione della prima versione dell'opera (1847), Gelmetti ha raccolto una serie di osservazioni programmatico-esplicative che, riportate sul programma di sala, hanno consentito al pubblico di ammirare la sua grandissima coerenza interpretativa.
Prima di tutto, e giustamente, il maestro si è soffermato sulla vocalità richiesta da Verdi ai due protagonisti (in questo caso, infatti, non è il solo ruolo eponimo a meritare tale qualifica, in quanto la figura di Lady è assolutamente complementare a quella di Macbeth, di cui costituisce sostanzialmente l'alter ego), muovendo dalle osservazioni che il compositore fece a proposito del soprano Eugenia Tadolini, che gli veniva suggerita come prima interprete: «[...] la Tadolini canta alla perfezione, e io vorrei che Lady non cantasse [...]; La Tadolini ha una voce chiara, limpida, potente, e io vorrei in Lady una voce aspra, soffocata, cupa [...]; La Tadolini ha dell'angelico, la voce di Lady dovrebbe avere del diabolico [...]».
Queste parole spiegano alcune precise indicazioni della partitura riferite proprio ai due principali personaggi: «[...] (i ruoli) non si devono assolutamente cantare; bisogna agirli, e declamarli con una voce ben cupa e velata [...]»; o anche «Macbeth parlando [...] con voce muta [...], sempre più piano «[...], cantando con espansione [...], piano con forza [...]»; «[...] Lady e Macbeth [...] con voce repressa [...]; «Lady con voce pianissima un po' oscillante[...]».
Potendosi avvalere di due cantanti-attori di altissimo livello quali Silvia Dalla Benetta e Angelo Veccia, Gelmetti ha offerto quanto di più aderente si possa immaginare al dettato verdiano. Così, per esempio, nel ritornello della cabaletta del primo atto le variazioni prescritte dalla prassi esecutiva dell'epoca si sono concentrate sul timbro, per l’appunto "cupo e velato", che la Dalla Benetta ha reso con formidabile drammaticità. E così, mano a mano che, con il procedere della vicenda, l'animo di Macbeth veniva progressivamente appesantito dai delitti compiuti e dal terrore di perdere il potere così malamente conquistato, la voce di Veccia si faceva sempre più "muta": sembrava, cioè, perdere ogni valenza melodica - che in quelle circostanze sarebbe stata del tutto fuori luogo - mantenendo però la musicalità timbrica e l'espressività dell'accento richiesti dallo stato psicologico del personaggio.  
 
Possiamo ben immaginare quanta fatica e quanto impegno siano stati necessari da parte dei due interpreti per raggiungere un risultato tanto eccellente sul piano drammaturgico, e va reso ancor maggiore onore alla loro intelligenza interpretativa per essere stati in grado di accantonare la preoccupazione per la bellezza dell'emissione a favore della potenza dell'agire vocale.
Occorre inoltre ricordare che una ulteriore difficoltà nel ruolo vocale di Lady è costituita dalle agilità espressive, che Silvia Dalla Benetta, forte della sua solida formazione belcantistica, ha affrontato con grande sicurezza, oseremmo dire con una sana spavalderia, piegando la propria voce a ogni più riposto significato drammatico.
Di alto profilo è stata la prestazione del basso Alexey Birkus, la cui nobile vocalità è perfetta per il personaggio di Banco.
Negli altri ruoli hanno cantato Giuseppe Distefano (Macduff), Alessandro Fantoni (Malcolm), Katarzyna Medlarska (dama di Lady Macbeth) e Alberto Comes nelle triplici vesti di medico, domestico e sicario.
L'importanza che in quest'opera riveste il coro, e il ruolo di "terzo protagonista" che Verdi attribuiva al gruppo delle streghe, ha permesso di apprezzare in modo particolare l'interpretazione - perché così merita di essere chiamata - del coro OperaLombardia diretto da Diego Maccagnola. Ottima l'orchestra "I pomeriggi musicali di Milano".
 
L'allestimento, originariamente realizzato per il Teatro Nacional de Sao Carlos di Lisbona, si avvaleva della regia di Elena Barbalich, con scene e costumi di Tommaso Lagattolla, coreografie di Danilo Rubeca e luci di Giuseppe Ruggiero. Il punto di vista registico è quello del protagonista, che si muove, secondo quanto afferma la regista stessa, in «[...] uno spazio indefinito, lo spazio interiore dell'incubo, che in alcuni momenti non si coglie per intero, ma si percepisce come un luogo del sentire, dove le figure emergono o appaiono improvvisamente dal buio, generate dalla mente del protagonista. Tutto è avvolto in un'atmosfera lugubremente onirica, nella quale rivive un medioevo barbarico, irrituale - omaggio a Orson Welles - nel quale dominano superstizione e paura. [...] L'universo indecifrabile da lui prodotto [...] è dominato dalla figura emblematica di un cerchio di specchio che, trasformandosi, acquisisce diverse valenze nei vari momenti della vicenda drammatica». Un'idea scenica che, unitamente all'uso simbolico dei colori e alla transizione dall'uno all'altro seguendo e commentando il procedere drammatico degli eventi, si è rivelata vincente per coerenza con il piano musicale.
 
Particolarmente curato dalla regia è il ritmo delle azioni. Così, durante la scena del banchetto, i movimenti frenetici di Macbeth alla vista dell'ombra di Banco si contrappongono alla lentezza delle movenze del coro, che appare così alla mente alterata del protagonista come un insieme di larve. Sia Macbeth, sia Lady, si muovono peraltro sempre in modo concitato, pressati dalla contingenza del loro agire volto a conseguire nel più breve tempo possibile il massimo potere su un mondo che, continuando invece a muoversi con il ritmo di sempre, li travolgerà per mezzo della pazienza e dell'intelligenza delle azioni di coloro che essi volevano sopraffare.
Particolarmente toccante per la perfetta sincronia con la musica si è rivelata la pantomima della battaglia finale, con il duello fra Macduff e Macbeth che si chiude con il ripiegarsi su sé stesso di quest'ultimo in una sequenza "al rallentatore" magistralmente realizzata da Angelo Veccia.
Uno spettacolo di altissimo livello che fino a metà novembre verrà ospitato da altri teatri lombardi di tradizione: il Sociale di Como, il Grande di Brescia, il Ponchielli di Cremona. E, soprattutto, un esempio di vera esecuzione filologica per il quale, ancora una volta, diciamo grazie a Gianluigi Gelmetti.
 
 
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L' Editoriale

“Potevano scegliere fra il disonore e la guerra …”

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(Laura Giulia D’Orso)
Historia magistra vitae. Non dovremmo mai dimenticarlo ed invece, senza lungimiranza, dagli errori o dagli avvenimenti passati, sembra si resti estrani e non si impari nulla!
 
29 - 30 settembre 1938, Monaco, Germania. L'oggetto della Conferenza, tenutasi circa l’anno precedente lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, verteva sulle rivendicazioni tedesche della regione dei Monti Sudeti, posta in territorio cecoslovacco, ma abitata prevalentemente da popolazione di etnia tedesca. L’“Accordo di Monaco” con il quale Francia e Regno Unito cedevano alle richieste della Germania di Hitler, fu siglato dai principali uomini politici dell’epoca, Daladier e Chamberlain.

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