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Teatro alla Scala. Plácido Domingo baritono nella Traviata PDF Stampa E-mail
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Domenica 05 Maggio 2019 17:00
(Vittoria Lìcari) La presenza di Plácido Domingo nei panni baritonali di Giorgio Germont costituisce indubbiamente la ragione di gran parte della curiosità e dell'interesse che hanno circondato le tre rappresentazioni di marzo della Traviata al Teatro alla Scala, prova ne siano gli scroscianti applausi che accoglievano il grande cantante non appena faceva il suo ingresso in scena.
 
Al di là di questa naturale e giustificata attesa, queste ultime recite del capolavoro verdiano – che facevano seguito a quelle di gennaio e febbraio, dirette da Myung-Whun Chung, con Marina Rebeka protagonista e Leo Nucci nei panni di papà Germont – suscitavano  interesse anche per la presenza del soprano statunitense Angel Blue, già nota al pubblico della Scala come Musetta nella Bohème e Clara in Porgy and Bess, che per la prima volta affrontava a Milano un ruolo tanto più impegnativo rispetto ai precedenti.
 
Di Domingo possiamo senz'altro dire che è stato e rimane un grandissimo interprete, qualsivoglia siano i panni che veste in scena, e ciò indipendentemente dal fatto che il colore della sua voce non sia baritonale nel senso “verdiano” del termine. Non possiamo, ovviamente, sapere come Verdi avrebbe giudicato il desiderio dell’artista di affrontare i suoi grandi ruoli baritonali dopo avere lasciato una immensa eredità interpretativa di quelli tenorili: ci permettiamo, comunque, di non dubitare che l’Autore ne apprezzerebbe l’impeccabile stile vocale e l’elegantissimo e sempre appropriato gesto scenico, caratteristiche d'altra parte evidenti già in sue precedenti prove di questo tipo, quali i dogi Foscari e Boccanegra.
 
Per parte sua, Angel Blue ha dominato l’impervio ruolo affidatole con una voce rotonda, piegata con duttilità alle esigenze espressive del personaggio, e una tecnica perfetta, riportando meritatamente un grandissimo successo personale. Accanto a lei l'Alfredo di Francesco Meli – già presente in gran parte delle precedenti recite - il quale ha dimostrato ancora una volta di essere un interprete davvero raffinato, che fa un uso cosciente e accurato della propria vocalità al servizio dell'espressione, il che gli è consentito, oltre che dalla sensibilità interpretativa, dal possesso di un bagaglio tecnico davvero completo.
 
Sul podio, Marco Armiliato ha dimostrato come la lettura di un melodramma così popolare e, per certi versi, " inflazionato ", possa riservare sempre qualche sorpresa anche all’ennesimo ascolto, e quindi non debba mai cadere preda della routine: la sua interpretazione si è rivelata rigorosa e, nel contempo, plastica, cioè tesa a quell'integrazione fra musica e drammaturgia che un direttore non dovrebbe mai perdere di vista. Eccellenti, nei i ruoli di contorno, Chiara Isotton (Flora), Costantino Finucci (Douphol), Antonio Di Matteo (Obigny), Alessandro Spina (Grenvil), nonché i solisti dell’Accademia scaligera, fra i quali vanno citati almeno Caterina Piva (Annina) e Riccardo Della Sciucca (Gastone), già fattosi notare nell’ Alì Babà di Cherubini dello scorso autunno. Perfetti il coro diretto da Bruno Casoni e il corpo di ballo del teatro, quest'ultimo impegnato nelle coreografie che Micha van Hoecke ideò per questo ormai storico allestimento (la prima rappresentazione risale al 21 aprile 1990) di Liliana Cavani, con le scene e i costumi dei premi Oscar Dante Ferretti e Gabriella Pescucci. Un classico sempre piacevole da rivedere.
 
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L' Editoriale

L’uomo che scoprì come dialogare con Dio

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Si racconta che Johann Sebastian Bach fosse un uomo chiuso e di pochissime parole, per dialogare con lui bisognava conoscere solamente la musica. Conobbe sua moglie in una chiesa ad Amburgo, lei giovane cantante ventenne, lui organista oramai quarantenne, nella Chiesa di Santa Caterina. Lui era da solo, intento a provare nel silenzio freddo, senza pubblico. Lei rimase invisibile agli occhi di lui e restò lì per ascoltare quel linguaggio celestiale che egli dedicava a Dio.

Poi con lo spegnersi delle ultime note i loro sguardi si incontrarono. Nel dicembre del 1721, lui la chiese in sposa e lei accettò sapendo che non c’era per lui altro che Dio e la sua musica.

A pensarci bene, da sempre, solamente Amore e Musica sono le lingue primordiali che tutti gli uomini di tutti i tempo possono comprendere e con cui possono comunicare, senza l’ambiguità delle parole, solo sette note, 88 tasti tra cui 52 bianchi e 36 neri, semitoni cromatici o diatonici.

E lui di essi viveva.

Il giorno insegnava musica agli studenti a costo di fatica e sacrifici economici e Anna Magdalena mescolava la sua anima alla sua.

Conoscerlo non era stato facile per lei. Lui poche parole e tanti pentagrammi, lavorava di giorno e di notte i suoi occhi erano dedicati a comporre, scriveva spartiti al buio di una candela anche quando cominciò a soffrire di cataratta. Allora fu lei sotto dettatura a continuare per lui.

Non vendette mai uno spartito, la musica composta erano come uno scambio epistolare fra lui ed il Divino, fra lui e Magdalena. Niente parole solo musica fra loro.

Si spense a sessantacinque, dopo aver dato la possibilità a Dio di venire sulla terra fra gli uomini. In vita aveva composto un libretto in cui erano annotati tutti i suoi brani e Magdalena lì prese in consegna, e a lei sembrava che rileggendo quegli spartiti composti per lei, lui fosse ancora, che non potesse morire mai.

Si dice che succeda sempre così “chi vede Dio poi resti cieco”.

Dopo dieci anni fu il suo turno, richiamata a Dio sepolta e dimenticata.

Dovettero passare anni perché un certo Felix Mendelsshon, riscoprisse gli spartiti del maestro.

La musica, si sa non si addice ai sordi di spirito e Bach aveva scritto in un tempo troppo poco maturo. Lui aveva compreso in anticipo che dialogare fra un uomo e una donna era la sublimazione dell’unione, anche senza parole. Musica che avevate messo entrambi al servizio di Dio.

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Parigi val bene una Messa

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Siamo alla fine del ‘500, la Francia è dilaniata dalla guerra civile. Combattevano tra loro Enrico di Navarra, Enrico III ed Enrico di Guisa da qui il soprannome della “guerra dei tre re”. Il dilaniare del conflitto provocò un enorme spargimento di sangue e, alla fine, a uscirne vincitore fu Enrico di Navarra, il quale divenne il primo re appartenente al ramo dei Borboni a conquistare la monarchia di Francia.
La tradizione richiedeva che colui che si apprestasse a salire sul trono fosse cattolico. Per Enrico di Navarra ciò avrebbe potuto costituire un problema, dal momento che egli era ugonotto e, quindi, di religione protestante. Da qui il detto “Parigi val bene una messa”: insomma, pur di diventare re valeva la pena di convertirsi alla religione cattolica. E così Enrico di Navarra diventò Enrico IV di Francia.
 
15 aprile 2019. Nella notte un incendio devasta Notre Dame de Paris.