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Fierrabras PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 26 Settembre 2018 06:11
190926 FIERRABRAS 1(Vittoria Lìcari) Non è vero, come generalmente si crede, che Franz Schubert non fosse dotato per l’opera: il suo rapporto con l’opera, però, non fu fortunato. Dopo che, nel 1822, Domenico Barbaja, impresario del viennese Teatro di Porta Carinzia, aveva rifiutato il suo Alfonso und Estrella, Schubert decise di ritentare la sorte nel genere operistico con Fierrabras, opera “eroico-romantica” in tre atti, per il cui libretto si rivolse a Josef Kupelwieser, fratello del pittore Leopold - suo grande amico - nonché segretario di quello stesso teatro. Kupelwieser attinse a due fonti medievali - la francese Chanson de Fierabras e la germanica Emma und Eginhard - e alle loro successive rielaborazioni letterarie, mettendo insieme un libretto di valore peraltro non eccelso.
Ma, quel che è peggio, Kupelwieser si dimise di punto in bianco dalla propria carica proprio quando, a causa dell’insuccesso di Euryanthe di Carl Maria von Weber, opera molto simile a Fierrabras sul piano drammatico-narrativo, Barbaja aveva deciso, per sicurezza, di puntare decisamente sull’opera italiana a discapito di quella tedesca. Così, il povero Schubert non ebbe mai la soddisfazione di vedere la realizzazione della sua creatura che, dopo una esecuzione in forma di concerto a Vienna nel 1858 e una messa in scena molto rimaneggiata da Felix Mottl nel 1897 a Karlsruhe, fu riscoperta solo nella seconda metà del ventesimo secolo per opera di un gruppo di sostenitori tutti italiani: Fedele d’Amico, che ne propose una versione da lui ridotta, con dialoghi in italiano e in cui egli stesso recitava, alla Sagra Musicale Umbra del 1878 sotto la direzione di Francesco Sicliani; e poi Sergio Sablich e Maurizio Pollini, che la fece conoscere a Claudio Abbado, il quale la diresse al Theater an der Wien con la regia di Claus Guth, nell’ambito delle Wiener Festwochen del 1988.
 
A dispetto dei limiti drammaturgici del libretto, da cui sono assenti la logica dell’intreccio e l’approfondimento psicologico dei personaggi, la musica riesce a trasformare una vicenda totalmente inverosimile in una successione di momenti scenici fra loro giustapposti per creare una continuità lirica caratterizzata dalla presenza di un Lied – la forma schubertiana per eccellenza – all’inizio di ciascun quadro. Illuminante, a questo proposito, il saggio di Elisabetta Fava contenuto nel programma di sala, che si pone l’interrogativo se i Lieder siano, in Fierrabras, «corpi estranei o risorse prestate al teatro». L’analisi della studiosa evidenzia come tutti i Lieder presenti nell’opera siano collocati in modo da non interrompere l’azione; trovandosi infatti, come si è detto, all’inizio di ogni quadro, e differenziandosi nella tipologia – corale o solistico, maschile, femminile o misto - «il Lied crea un’atmosfera, costituisce una sorta di preludio all’azione, e addirittura mette i cardini di una struttura che ricorre con tanta regolarità da non potersi supporre casuale. Quasi sempre, oltretutto, il Lied è usato non come astrazione, bensì per riprodurre un canto vero e proprio, introducendo così, pur nel trasognamento lirico, un elemento realistico».  Pur essendo strutturata in maniera insolita (ventitré numeri, con diciassette cori e venti arie), dunque, la drammaturgia di Fierrabras presenta dunque una sua logica precisa, quella di un’opera di situazioni e non di personaggi, come ebbe a definirla Fedele D’Amico. È pur vero che Schubert ha la tendenza, come afferma Franco Pulcini, a “innamorarsi” di alcuni momenti narrativo-melodici, il che ingenera qualche staticità nel racconto, ma ciò non significa che l’opera si fermi.
 
 
Venendo ora all’allestimento scaligero, il primo in assoluto nella storia del teatro milanese, spiace dover osservare che si è trattato di una grande occasione purtroppo non valorizzata come si sarebbe potuto. La regia, in particolare, che essendo stata affidata a un grande come Peter Stein suscitava grandi attese, non ha lasciato emergere il romanticismo della partitura, appiattendosi sul contrasto di bianco e nero per sottolineare la contrapposizione politica (fra cristiani e mori) e quella generazionale (fra padri e figli), con un ulteriore appesantimento visivo dovuto alla staticità dei solisti e delle masse. A mitigare la lettura in un certo modo “manichea” di Stein, c’erano fortunatamente le scenografie di Ferdinand Wögerbauer, con i fondali ispirati alle incisioni di Piranesi e la ricostruzione in chiave romantica degli ambienti moreschi, e i bei costumi di Anna Maria Heinrich, ispirati alla lettura fiabesca del Medioevo, che era una delle caratteristiche del Romanticismo.
 
 
La direzione di Daniel Harding sembrava influenzata dalla staticità della regia, lasciando percepire all’ascolto un ipercontrollo peraltro solitamente estraneo alla natura di questo interprete. Bene i cantanti, fra i quali vanno citati in particolare Tomasz Konieczny (Re Karl), Anett Fritsch (Emma), Markus Werba (Roland), Peter Sonn (Eginhard), Lauri Vasar (Boland), Dorothea Röschmann (Florinda). Nel ruolo del titolo, Bernard Richter ha fornito una prova non del tutto convincente a causa di una certa tensione nella tessitura acuta, che a tratti influiva negativamente sulla qualità del suono e, talvolta, anche sulla intonazione.
Ottima la prova del coro, diretto da Bruno Casoni, qui particolarmente impegnato in quanto elemento cardine di gran parte dell’opera.
 
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L' Editoriale

Ad buon intenditor poche parole

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(Laura Giulia D’Orso) Esistono numerosi studi economici che analizzano l’impatto del cambio di un manager sulle performance di un’azienda. Le stime sono rilevate in genere nelle aziende quotate in borsa ma risultano ignote nelle aziende di dimensioni più piccole. I dati presi dallo sport non fanno eccezione: in particolare, quelli del calcio. In genere “il manager” che viene rimosso per primo e sostituito nel calcio è l’allenatore, che affronta il rischio dell’esonero. Si parla sempre più di leadership, di motivazione: il vero capo è colui che sa tirare fuori il meglio dai suoi collaboratori, creando un gruppo unito ed una missione da raggiungere. Nel calcio è cercare di vincere una partita, allora i giocatori non sono troppo diversi, ognuno con il proprio ruolo, dal team di un’azienda che punta alla realizzazione di un progetto di successo. I dati calcistici hanno quattro vantaggi, in particolare, per studiare questo fenomeno. Innanzitutto, la performance è misurata su base settimanale, attraverso tre semplici indicatori: vittoria, pareggio o sconfitta della squadra. Le scelte dell’allenatore sono osservabili da tutti, cioè i giocatori schierati ed il tipo di gioco adottato. Le competizioni calcistiche sono relativamente omogenee tra loro, confrontando tra loro squadre con gli stessi obiettivi Le caratteristiche importanti degli allenatori sono conosciute, come l’esperienza pregressa nello sport, l’età, e i risultati ottenuti in passato. Si possono estrarre da questi dati tre ipotesi La prima è la teoria del “senso comune”, secondo la quale un allenatore è il responsabile dei risultati deludenti di una squadra. La seconda teoria è quella del “circolo vizioso”: nonostante l’esonero, la squadra continuerà a fare male, a causa della confusione all’interno delle relazioni societarie. Il cambio allenatore avrà un effetto destabilizzante, in negativo. La terza teoria che tenta di spiegare il fenomeno dell’esonero prende il nome del “rito del capro espiatorio”. Un tecnico è allontanato solo per divergenze con la società ma ha l’appoggio dei tifosi, dei media e soprattutto dei suoi giocatori. Ma è davvero così o potrebbe trattarsi di una sorta di illusione ottica? I risultati del campo possono essere influenzati da diversi fattori, che non sono presi in considerazione da un approccio comparativo semplicistico. Innanzitutto, il nuovo allenatore e quello precedente non giocano contro gli stessi avversari, né un nuovo management ha per forza di fronte le stesse sfide di quello precedente. Ad esempio, è possibile che l’allenatore esonerato abbia iniziato la stagione affrontando gli avversari più forti, mentre il nuovo si trova lungo il percorso avversari meno forti. Oppure che il management abbia dato vita a un’opera di risanamento lacrime e sangue i cui effetti si vedranno solo in un futuro più lontano. Quindi, cambiare allenatore o management può essere del tutto inutile? Nel caso delle piccole e medie squadre gli studi dicono di si, porta incertezza. Da quanto il Monza Calcio è passato di mano ed i nuovi proprietari sono Silvio Berlusconi e l’ad. Galliani, la squadra non ha più vinto. I risultati positivi delle prime tre partite si sono trasformate in una sconfitta e due pareggi. Certamente non aiuta al gruppo, all’allenatore e allo staff tecnico, leggere e sentire da certa stampa nomi accostati a quello o a questo. Non aiutano sapere che già si cerca un nuovo allenatore o che lo staff potrebbe essere “invaso” da ex milanisti. Diamo perciò a Mister Zaffaroni ciò che è di Mister Zaffaroni: il merito di avere creato un gruppo unito, una missione da raggiungere, una leadership forte dello staff e ……. basta “sparate”.
 

Il nuovo gioco dei ragazzini incoscienti.

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(Laura Giulia D’Orso). Prima fu la moda dei treni in corsa da evitare, poi arrivò quella dei selfies scattati su “abissi” aperti come voragini ai loro piedi, adesso il nuovo “gioco” degli adolescenti si potrebbe chiamare “come ti schivo gli autobus”.

Un video caricato su youtube ha messo alla gogna l'autista di un bus francese che, dopo aver schivato uno studente che attraversa, intenzionalmente, è stato ripreso mentre schiaffeggia l'adolescente, reagendo ai suoi insulti.

Il fatto si svolge in una trentina di secondi, appena il tempo di una brusca frenata, la presa di coscienza di non aver schiacciato nessuno e la reazione da padre di famiglia dell’autista, egli stesso genitore di due figli.

Il tutto avviene ormai sotto l’occhio del “grande fratello” smartphone di un altro studente.

Ovviamente scoppia la polemica tra chi prende le parti dell'autista, che rischia il licenziamento, e chi quelle del ragazzo. La Società per cui lavora, ha avviato un'indagine disciplinare perché, affermano, contrario ai principi e ai valori di chi lavora nei servizi pubblici".

Ma per favore!

Ragazzi scesi in un inferno senza futuro, stupidi, arroganti, abituati in casa a dare del cretino ai genitori che invece giocano a fare gli amici più che i genitori stessi.

Genitori imbecilli, che gareggiano con la propria prole, trasformandosi in ridicoli “ragazzi di 40/50 anni”, che per evitare l’insulto o la “scocciatura” di un perentorio NO non reggono il confronto, perché si è ragazzi a 13 anni ma a 50, si dovrebbe essere adulti e maturi.

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