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Teatro alla Scala. Der Freischütz PDF Stampa E-mail
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Sabato 17 Febbraio 2018 19:48
180217 Der Freischuetz(Vittoria Lìcari) Introducendo la recensione all’allestimento del Freischütz di Carl Maria von Weber rappresentato alla Scala nello scorcio autunnale della stagione 2016/2017 è assolutamente doveroso citare, prima di tutto e di tutti, Myung-Whun Chung, la cui direzione è stata veramente grandissima.
Non si tratta certamente di una novità, giacché le esecuzioni milanesi di Don Carlo e Simon Boccanegra di non molti mesi prima avevano già confermato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la sua grande abilità e sensibilità nel coordinare orchestra e voci, caratteristica che senza dubbio egli deve anche alla frequentazione con Carlo Maria Giulini, del quale è stato a lungo assistente e che, guarda caso, aveva diretto nel 1955 la penultima ripresa milanese dell’opera, ultima in versione ritmica italiana prima che si consolidasse l’uso delle rappresentazioni in lingua originale.
 
Nel caso di questo Freischütz, però, siamo di fronte a una di quelle esecuzioni che andrebbero prese a esempio per la loro perfezione, da qualunque prospettiva la si ascolti.  In primo luogo, il maestro coreano ha perfettamente dato corpo a quanto affermava lo scrittore romantico tedesco Ludwig Tieck (1773 – 1853), citato dal musicologo Maurizio Giani nel programma di sala: secondo Tieck, la forma più adatta alla drammatizzazione di una fiaba è l’opera, perché rende musicali le situazioni, e quindi tutta la storia.  Der Freischütz è, per l’appunto, una fiaba trasformata in uno dei capolavori della storia dell’opera in quanto l’intera sua drammaturgia si basa sulla musica di Weber, che trionfa sul libretto, alquanto manchevole, di Friedrich Kind. Ed è una drammaturgia musicale a tutto campo quella che si dispiega in questa splendida partitura, che utilizza tutti i mezzi a disposizione del compositore per avvincere il pubblico: armonia, contrappunto, timbrica, strumentazione, dinamica, agogica, coniugate alla straordinaria creatività di Weber, sono state trasmesse dalla splendida orchestra della Scala guidata da Chung, mantenendo una grande attenzione alla vocalità, che si può riassumere nella magnifica esecuzione dell’aria di Agathe, le cui impervie agilità l’ottima Julia Kleiter non avrebbe forse potuto realizzare in modo tanto mirabile se sul podio ci fosse stato qualcun altro. È indubbiamente una fortuna per il pubblico scaligero poter ascoltare così sovente questo direttore. Ottima tutta la compagnia di canto che, accanto alla già citata Julia Kleiter, annoverava Michael Kraus (Ottokar), Eva Liebau (Ännchen), Günther Groissböck (Kaspar), Michael König (Max), Stephne Milling (ein Eremit), Till von Orlowsky (Kilian), Frank van Hove (Kuno). Quest’ultimo è stato anche la voce di Samiel nel melologo della scena della Gola del Lupo. La regia di Matthias Hartmann era, nell’insieme, tradizionale, godibile e assolutamente coerente con la musica. Belle e funzionali le scene di Raimund Orfeo Voigt; molto belli anche i costumi di Susanne Bisovsky e Josef Gerger, in stile boemo gradevolmente attualizzato. Magnifica prestazione del coro e dell’orchestra, le cui prime parti hanno brillato nei passi in assolo.
 
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L' Editoriale

Ad buon intenditor poche parole

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(Laura Giulia D’Orso) Esistono numerosi studi economici che analizzano l’impatto del cambio di un manager sulle performance di un’azienda. Le stime sono rilevate in genere nelle aziende quotate in borsa ma risultano ignote nelle aziende di dimensioni più piccole. I dati presi dallo sport non fanno eccezione: in particolare, quelli del calcio. In genere “il manager” che viene rimosso per primo e sostituito nel calcio è l’allenatore, che affronta il rischio dell’esonero. Si parla sempre più di leadership, di motivazione: il vero capo è colui che sa tirare fuori il meglio dai suoi collaboratori, creando un gruppo unito ed una missione da raggiungere. Nel calcio è cercare di vincere una partita, allora i giocatori non sono troppo diversi, ognuno con il proprio ruolo, dal team di un’azienda che punta alla realizzazione di un progetto di successo. I dati calcistici hanno quattro vantaggi, in particolare, per studiare questo fenomeno. Innanzitutto, la performance è misurata su base settimanale, attraverso tre semplici indicatori: vittoria, pareggio o sconfitta della squadra. Le scelte dell’allenatore sono osservabili da tutti, cioè i giocatori schierati ed il tipo di gioco adottato. Le competizioni calcistiche sono relativamente omogenee tra loro, confrontando tra loro squadre con gli stessi obiettivi Le caratteristiche importanti degli allenatori sono conosciute, come l’esperienza pregressa nello sport, l’età, e i risultati ottenuti in passato. Si possono estrarre da questi dati tre ipotesi La prima è la teoria del “senso comune”, secondo la quale un allenatore è il responsabile dei risultati deludenti di una squadra. La seconda teoria è quella del “circolo vizioso”: nonostante l’esonero, la squadra continuerà a fare male, a causa della confusione all’interno delle relazioni societarie. Il cambio allenatore avrà un effetto destabilizzante, in negativo. La terza teoria che tenta di spiegare il fenomeno dell’esonero prende il nome del “rito del capro espiatorio”. Un tecnico è allontanato solo per divergenze con la società ma ha l’appoggio dei tifosi, dei media e soprattutto dei suoi giocatori. Ma è davvero così o potrebbe trattarsi di una sorta di illusione ottica? I risultati del campo possono essere influenzati da diversi fattori, che non sono presi in considerazione da un approccio comparativo semplicistico. Innanzitutto, il nuovo allenatore e quello precedente non giocano contro gli stessi avversari, né un nuovo management ha per forza di fronte le stesse sfide di quello precedente. Ad esempio, è possibile che l’allenatore esonerato abbia iniziato la stagione affrontando gli avversari più forti, mentre il nuovo si trova lungo il percorso avversari meno forti. Oppure che il management abbia dato vita a un’opera di risanamento lacrime e sangue i cui effetti si vedranno solo in un futuro più lontano. Quindi, cambiare allenatore o management può essere del tutto inutile? Nel caso delle piccole e medie squadre gli studi dicono di si, porta incertezza. Da quanto il Monza Calcio è passato di mano ed i nuovi proprietari sono Silvio Berlusconi e l’ad. Galliani, la squadra non ha più vinto. I risultati positivi delle prime tre partite si sono trasformate in una sconfitta e due pareggi. Certamente non aiuta al gruppo, all’allenatore e allo staff tecnico, leggere e sentire da certa stampa nomi accostati a quello o a questo. Non aiutano sapere che già si cerca un nuovo allenatore o che lo staff potrebbe essere “invaso” da ex milanisti. Diamo perciò a Mister Zaffaroni ciò che è di Mister Zaffaroni: il merito di avere creato un gruppo unito, una missione da raggiungere, una leadership forte dello staff e ……. basta “sparate”.