Contenuto Principale

FISE ARE accoglie con plauso l'approvazione del Ddl Concorrenza

Fise Are, Associazione Imprese Servizi di Recapito Postale e Parcel accoglie con plauso l'approvaz...

Disoccupazione in calo in Italia: il commento di ALDAI-Federmanager

ALDAI-Federmanager guarda con cauto ottimismo ai dati sull'occupazione, analogamente a quanto esplic...

Gli adolescenti temono l'intelligenza artificiale

A Teen Parade di Radioimmaginaria gli adolescenti hanno parlato del loro futuro lavorativo e di ro...

Previsioni di assunzioni in crescita in Italia

Cresce al 3% la previsione di assunzioni in Italia per il prossimo trimestre I datori di lavoro m...

Vendite a domicilio in aumento

Il presidente di Univendita Ciro Sinatra: «Risultati migliori rispetto al commercio tradizionale, ...

  • FISE ARE accoglie con plauso l'approvazione del Ddl Concorrenza

    Lunedì 07 Agosto 2017 21:28
  • Disoccupazione in calo in Italia: il commento di ALDAI-Federmanager

    Lunedì 07 Agosto 2017 21:33
  • Gli adolescenti temono l'intelligenza artificiale

    Domenica 10 Settembre 2017 20:48
  • Previsioni di assunzioni in crescita in Italia

    Giovedì 14 Settembre 2017 05:43
  • Vendite a domicilio in aumento

    Martedì 19 Settembre 2017 06:09

Scelti da Noi

Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

Teatro alla Scala: Tamerlano PDF Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 0
ScarsoOttimo 
Lunedì 18 Dicembre 2017 07:03

(Vittoria Lìcari ) Dopo Il trionfo del tempo e del disinganno, rappresentato lo scorso anno, la collaborazione fra la Scala e Diego Fasolis prosegue, sempre nel nome di Georg Friedrich Händel, con Tamerlano, uno dei capolavori operistici del “caro Sassone”, com’era soprannominato in Italia il compositore, originario appunto di Halle, città della Bassa Sassonia.

 

171218 TAMERLANOAncora una volta, i membri dell’orchestra scaligera interessati ad approfondire il repertorio barocco su strumenti storici e l’orchestra della radiotelevisione svizzera I Barocchisti si sono riuniti sotto la direzione di Fasolis per affrontare questa imponente opera, rappresentata per la prima volta a Londra (King’s Theatre di Haymarket) il 31 ottobre 1724. L’esecuzione si è basata sul confronto fra la versione originale e quella del 1731 che, come spiega lo stesso Fasolis, «[…] non segue l’originale del 1724, ma si piega alle esigenze dei cantanti e della scena. Ciò che potrebbe sembrare abuso è vero rispetto di prassi storica ed è impressionante vedere sugli originali dell’epoca quale lavoro di “taglia e cuci” ci sia in queste opere: pagine strappate o ripiegate, incollature, ripensamenti, sostituzioni, cambi di registro vocale al cambio degli interpreti, rimaneggiamento dei testi, spesso in fretta e furia per eliminare similitudini con compositori concorrenti o per piegarsi al gusto del momento. Tutto specialmente a servizio di uno spettacolo che vede negli Attori (così indicati nell’originale) i protagonisti assoluti con tutti gli altri al loro servizio.»

 

A dispetto dei luoghi comuni sulla filologia, ecco dunque una immagine dell’opera barocca intesa come “work in progress” che è compito del musicologo mantenere vivo e sempre attuale, impresa che però non sarebbe possibile senza una corrispondenza sul piano scenico. Questo obiettivo è stato pienamente centrato dal regista Davide Livermore, che ha ambientato i fatti nel pieno della rivoluzione russa del 1917, seguendo un preciso e motivato percorso “antistorico”. Né a Händel né al suo pubblico, afferma Livermore, «[…] interessava scoprire la verità storica di Tamerlano e Bajazet, sovrani vissuti alla fine del Trecento; e ancor meno quella di Andronico il Paleologo, re greco nato quasi cento anni prima di loro e usato da Nicola Francesco Haym, librettista dell’opera, come personaggio per creare un ulteriore intreccio della vicenda. A lui e al pubblico interessava l’animo umano svelato e messo in scena, interessavano il pianto e il riso, e per fare questo si creavano già allora spostamenti temporali, artifici drammaturgici, maravigliosa finzione.»

 

La vicenda ruota intorno a tre dittatori, fra loro molto diversi, ma che il regista vede sorprendentemente sovrapporsi a tre protagonisti della rivoluzione d’ottobre: Bajazet, sovrano spodestato nell’antefatto dell’opera, nel quale è facile vedere rispecchiata la figura dello zar Nicola II; Andronico, idealista e sempre combattuto con sé stesso, che potrebbe ricordare Lenin; e infine lo spietato Tamerlano, al quale non è difficile associare Stalin. Bisogna riconoscere che la tesi registica di Livermore regge alla perfezione, ed è molto ben supportata, come egli stesso riconosce, dall’estetica di Sergej Ejzenštein, che già aveva descritto la rivoluzione russa negli anni a essa immediatamente successivi, e che utilizzava il montaggio per descrivere gli affetti, modalità che Livermore efficacemente traduce in un “montaggio parallelo” fra il gesto vocale dei cantanti e quello scenico dei mimi. A dispetto del titolo, il vero protagonista dell’opera è Bajazet, raro ruolo principale in registro tenorile, in cui Placido Domingo è momentaneamente tornato alle proprie origini vocali, il cui testimone è stato rilevato, nelle ultime due recite, dal bravissimo Krešimir Špicer. Due fra i migliori controtenori attualmente in attività, Franco Fagioli e Bejun Mehta, hanno rispettivamente sostenuto i ruoli di Andronico e Tamerlano. I panni femminili di Asteria e Irene sono stati rivestiti da due ottime interpreti quali Maria Grazia Schiavo e Marianne Crebassa, mentre la parte di Leone è stata appannaggio dell’ottimo Christian Senn. Va inoltre citata la prova – difficile, ancorché ottimamente riuscita – del mezzosoprano Lucia Cirillo, che in occasione dell’ultima recita ha “doppiato” al proscenio la Crebassa, colpita da una improvvisa afonia.

Vittoria Lìcari

 
Ricerca / Colonna destra
Segui i nostri feed per essere sempre aggiornato!

L' Editoriale

Il mio Presepe

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

(Laura Giulia D’Orso). Quest’anno ho deciso di fare due Presepi, uno in casa ed uno in ufficio. E ho deciso intenzionalmente di farlo perché è un simbolo, il mio simbolo, il simbolo della mia casa. In un paese dove sembra che costruire un Presepe sia quasi un’offesa verso le altre culture io non lo credo. In quel Presepe ci sono io, c’è la mia cultura, c’è il mio passato ed il mio presente e vorrei ci fosse il mio futuro. Ci sono i miei valori, c’è la mia civiltà e tutto questo ….. è nel mio Paese. Non offende un bambino in una mangiatoia che scappa con la famiglia da Erode, non offende un bambino che nasce in una grotta osannato da angeli ed umili pastori. Suvvia, non può offendere nessuno! Il mio Presepe è particolare. Mi è stato portato tanto tempo fa da Betlemme, da un prete al seguito del cardinale Carlo Maria Martini. Piccolo, di porcellana, fragile ed indifeso in quel viaggio aereo come lo è quella piccola famiglia che rappresenta. Quel Bambino non chiede regali costosi, non vuole omaggi adulatori, non ama il consumismo e regali costosi, non pasteggia con pranzi prelibati, con onerose pietanze per la cena.
Anzi, resta stretto nel tepore delle braccia di Sua Madre.
Poi con il tempo il mio piccolo Presepe si è arricchito di altri due piccoli Gesù che maestre molto capaci ed intelligenti dei miei figli hanno fatto plasmare da mani infantili con il Das, quella pasta per modellare che forse oggi non si usa neanche più. E così il Presepe è diventato suo malgrado Uno e Trino. Un solo Dio e tre Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto racchiuso in venti centimetri quadrati: la mia cultura, la mia Fede, la mia religione, la mia vita.

Leggi tutto...

Se Starbucks non conosce bene la storia d’Italia

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

(Laura Giulia D’Orso) Correva l’anno 1882 e il governo italiano guidato da Depretis comprava la Baia di Assab dalla società Rubattino per 104.100 lire. Lo Stato Italiano decideva quindi di avviare la sua politica coloniale seguendo l’esempio di altri stati europei come la Francia, il Belgio e l’Inghilterra. Da un lato, c’era il desiderio di non essere assenti dalla spartizione del continente africano, dall'altro c’era la reale necessità di trovare uno sbocco alla sovrabbondanza della popolazione.

Leggi tutto...

 

 
>