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Teatro alla Scala: Hänsel und Gretel PDF Stampa E-mail
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Lunedì 18 Dicembre 2017 06:54
(Vittoria Lìcari) L’autunno alla Scala è iniziato con Hänsel und Gretel di Engelbert Humperdinck (1854 – 1921), compositore tedesco che deve la propria notorietà proprio a quest’opera, rappresentata per la prima volta, con grandissimo successo, al Teatro di Corte di Weimar, il 23 dicembre 1893 sotto la direzione di Richard Strauss.
Si tratta di un “Märchenspiel” (“commedia fiabesca”), appartenente al più ampio filone della “Märchenoper” (“opera fiabesca”), genere molto popolare in ambito tedesco negli anni Settanta dell’Ottocento come contraltare, più semplice, alla estrema complessità del dramma wagneriano.
 
171218 Haensel und GretelIl soggetto, ridotto a libretto da Adelheid Wette, sorella del compositore, si ispira effettivamente alla celebre fiaba omonima dei fratelli Grimm, pubblicata nella raccolta Kinder und Hausmärchen (1812), e la partitura è ricca di temi popolari, o in stile popolare, molto conosciuti anche da noi: uno su tutti “Ein Männlein steht im Walde”, che nella versione ritmica italiana suona “Nel bosco c’è un ometto”. Proprio nella versione italiana l’opera era stata finora sempre rappresentata alla Scala, fra il 1902 e il 1959, per cui l’attuale allestimento, curato da Sven-Eric Bechtolf nell’ambito del Progetto Accademia, può a pieno titolo essere considerato una “prima”, della quale non si può dire che tutto il bene possibile, a partire dai cantanti, tutti allievi dall’Accademia scaligera - preparati da Eva Mei - e tutti bravissimi e meritevoli di essere citati: Paolo Ingrasciotta (Peter), Ewa Tacz (Gertrud), Dorothea Spilger (Hänsel), Sara Rossini (Gretel), Mareike Jankowski (la strega), Enkeleda Kamani (l’omino della sabbia), Céline Mellon (l’omino della rugiada). Splendida l’orchestra - le cui prime parti di celli e legni si sono distinte nei rispettivi assolo – magnificamente guidata da Marc Albrecht. Fantastica la regia di Bechtolf, che fonde la fiaba tradizionale con il sempre attuale tema della povertà, più o meno temperata dalla speranza nella provvidenza divina. Così, accanto alle scene più tradizionali (la casa dei due protagonisti, il bosco, la casetta di marzapane della strega)  Julian Crouch ha disegnato lo skyline di una metropoli (il primo pensiero va naturalmente a New York, ma potrebbe essere una qualunque città, anche Milano); in primo piano c’è un popolo di senzatetto, accampati in una estrema periferia sovraffollata e degradata, in cui, dai due lati della scena, sembra avanzare un ammasso di case costruite una sull’altra, ma dove il degrado viene riscattato dalla fiaba, che rappresenta appunto la speranza, senza la quale non c’è vita. In quest’ottica può essere letta la chiara evocazione del neorealismo cinematografico italiano: i quattordici angeli nel finale del secondo quadro sono senzatetto la cui salita al cielo ricorda la conclusione di Miracolo a Milano. Molto bella anche la drammatizzazione della ouverture, che molto spesso i registi tentano con risultati non sempre apprezzabili, ma che in questo caso è davvero ben riuscita e molto funzionale alla drammaturgia vera e propria. Perfetti i costumi di Kevin Pollard, i video di Joshua Higgason e le luci di Marco Filibeck. Un particolare plauso va al coro di voci bianche dell’Accademia, diretto da Marco De Gaspari.
 
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L' Editoriale

Ad buon intenditor poche parole

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(Laura Giulia D’Orso) Esistono numerosi studi economici che analizzano l’impatto del cambio di un manager sulle performance di un’azienda. Le stime sono rilevate in genere nelle aziende quotate in borsa ma risultano ignote nelle aziende di dimensioni più piccole. I dati presi dallo sport non fanno eccezione: in particolare, quelli del calcio. In genere “il manager” che viene rimosso per primo e sostituito nel calcio è l’allenatore, che affronta il rischio dell’esonero. Si parla sempre più di leadership, di motivazione: il vero capo è colui che sa tirare fuori il meglio dai suoi collaboratori, creando un gruppo unito ed una missione da raggiungere. Nel calcio è cercare di vincere una partita, allora i giocatori non sono troppo diversi, ognuno con il proprio ruolo, dal team di un’azienda che punta alla realizzazione di un progetto di successo. I dati calcistici hanno quattro vantaggi, in particolare, per studiare questo fenomeno. Innanzitutto, la performance è misurata su base settimanale, attraverso tre semplici indicatori: vittoria, pareggio o sconfitta della squadra. Le scelte dell’allenatore sono osservabili da tutti, cioè i giocatori schierati ed il tipo di gioco adottato. Le competizioni calcistiche sono relativamente omogenee tra loro, confrontando tra loro squadre con gli stessi obiettivi Le caratteristiche importanti degli allenatori sono conosciute, come l’esperienza pregressa nello sport, l’età, e i risultati ottenuti in passato. Si possono estrarre da questi dati tre ipotesi La prima è la teoria del “senso comune”, secondo la quale un allenatore è il responsabile dei risultati deludenti di una squadra. La seconda teoria è quella del “circolo vizioso”: nonostante l’esonero, la squadra continuerà a fare male, a causa della confusione all’interno delle relazioni societarie. Il cambio allenatore avrà un effetto destabilizzante, in negativo. La terza teoria che tenta di spiegare il fenomeno dell’esonero prende il nome del “rito del capro espiatorio”. Un tecnico è allontanato solo per divergenze con la società ma ha l’appoggio dei tifosi, dei media e soprattutto dei suoi giocatori. Ma è davvero così o potrebbe trattarsi di una sorta di illusione ottica? I risultati del campo possono essere influenzati da diversi fattori, che non sono presi in considerazione da un approccio comparativo semplicistico. Innanzitutto, il nuovo allenatore e quello precedente non giocano contro gli stessi avversari, né un nuovo management ha per forza di fronte le stesse sfide di quello precedente. Ad esempio, è possibile che l’allenatore esonerato abbia iniziato la stagione affrontando gli avversari più forti, mentre il nuovo si trova lungo il percorso avversari meno forti. Oppure che il management abbia dato vita a un’opera di risanamento lacrime e sangue i cui effetti si vedranno solo in un futuro più lontano. Quindi, cambiare allenatore o management può essere del tutto inutile? Nel caso delle piccole e medie squadre gli studi dicono di si, porta incertezza. Da quanto il Monza Calcio è passato di mano ed i nuovi proprietari sono Silvio Berlusconi e l’ad. Galliani, la squadra non ha più vinto. I risultati positivi delle prime tre partite si sono trasformate in una sconfitta e due pareggi. Certamente non aiuta al gruppo, all’allenatore e allo staff tecnico, leggere e sentire da certa stampa nomi accostati a quello o a questo. Non aiutano sapere che già si cerca un nuovo allenatore o che lo staff potrebbe essere “invaso” da ex milanisti. Diamo perciò a Mister Zaffaroni ciò che è di Mister Zaffaroni: il merito di avere creato un gruppo unito, una missione da raggiungere, una leadership forte dello staff e ……. basta “sparate”.