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Festa della donna? Un po' di buon senso PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 08 Marzo 2017 21:11
(Laura Giulia D’Orso) Non ho festeggiato ieri l’8 marzo, festa della donna. E non ho neppure scioperato. Sono solo stata me stessa e basta. Non si può accettare che tutto si riduca ad una semplice data o ad una giornata di protesta rosa. Non è così che funziona e non è così che noi donne dobbiamo agire.
Ieri si è sceso in piazza per reclamare diritti e per libertà mancate che i nostri stessi figli e i nostri stessi compagni hanno voluto o non hanno attuato. Siamo noi stesse ad aver messo al mondo tutto l’universo maschile che ci circonda e che tanto adesso condanniamo, e siamo noi che li abbiamo cresciuti e li abbiamo coccolati, viziati e adorati e spero anche educati.
Se qualcosa non ha funzionato o non funziona forse riflettere sul nostro ruolo di educatrici sarebbe cosa più utile.
Mi permetterò solo piccoli consigli, pratici, semplici, stupidi forse.

Mamme, se vi nascesse una femminuccia non vestitela tutta di rosa dai piedini alla testa, fiocchetti, perline e pizzetti stile bambolina ottocento. I figli, voluti o no, non sono bambolotti da mostrare, ma piccolissimi esseri umani da crescere ed educare.

Le gonne per giocare sono scomode e le calzamaglie o i collant pizzicano!
Sono cresciuta “appiccicata” a mio fratello maggiore di un anno, jeans resistenti a cadute e sbucciate e scarpe da tennis da inzaccherare. Ho potuto correre, saltare, sporcarmi e fare giochi divertenti e “maschili”. E mi sono sempre divertita parecchio. Palla-battaglia, balla-base, calcio anche, se occorreva un difensore, mi sono arrampicata sugli alberi, ho costruito case e palazzi con il Lego e con il Meccano. Ho smontato radio rotte e sveglie, che peraltro non sono mai riuscita a rifare funzionare.

Non aveva senso per me vestire, spogliare e rivestire bambole, apparecchiare e cucinare con piccoli piattini o far finta di pulire o stirare con attrezzi domestici in miniatura. Quello lo avrei dovuto poi fare per una vita intera!

Quando ho ricevuto la casa delle bambole ci ho fatto scorrazzare dentro Billy, il criceto di mio fratello, non me ne vogliano gli animalisti. Credo che la bestiola si sia anche divertita. Epocale è rimasto il giorno in cui ha evacuato nel piccolissimo gabinetto della casa!

Ho sempre scelto io, nello sport da praticare, nelle scuole da intraprendere, nelle amicizie da frequentare, impuntandomi all’occorrenza se necessario. Con tutti i difetti che potrei riconoscere ai miei genitori non c’è sicuramente la frase “tuo fratello lo può fare perché è maschio.” Ho fatto tutto e tanto, velocemente, esattamente come lui: studio, sport, laurea, lavoro, matrimonio. E ho studiato, tanto. Molto per curiosità, poco per obbligo. Alle ragazze di oggi dico: studiate, leggete tutto quello che vi passa sotto gli occhi. La conoscenza vi rende consapevoli e libere! Non lo smalto laccato sulle unghie o i capelli “stirati” perché usa! Dovete piacere a voi stesse non seguire le altre!

A 25 anni ho detto al mio attuale ed unico marito dopo sei mesi di frequentazione: ”io sono così, nel bene e nel male, non sarai tu a cambiarmi; non lo potrai fare e io non cambierò te”. E ci siamo sposati. Perché le persone non si cambiano una volta che sono cresciute! E’ l’educazione e l’ambiente sociale e familiare che le forgia. Si cambierà certo, ma sarà la vita a farlo perché non si rimane se stessi in eterno.
Gli eventi belli e brutti che si avvicenderanno nel corso degli anni ci faranno cambiare ma saremo noi a modificarci scientemente e non altre persone a farlo.

Ho cresciuto due figli, sono maschi. In casa ho insegnato loro sin da piccoli a riordinare le camere, ha rifare i letti, a preparare la cartella ad assumersi compiti domestici. Ho insegnato loro a cucinare, a fare la spesa, a svuotare lavastoviglie e stendere i loro vestiti lavati, sistemare il guardaroba.

Non è stato né semplice né facile, assolutamente. Ci sono stati e ci sono ancora tentativi di “ribellione” e musi lunghi, ma non ho lasciato perdere. Io l’ho fatto per loro ma soprattutto per le loro eventuali compagne che la vita porrà loro accanto.

Ad oggi sono 30 anni che “lavoro” da mamma. Se riscuoto anche gli anni universitari salgo a 34. Sono in età pensionabile, credo! Fornero docet. Un bel piatto di pasta o una bistecca in padella sono sicura che a 27 e 26 anni i miei figli se la sanno cuocere perfettamente mentre io mi guardo la televisione!

 
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L' Editoriale

L’uomo che scoprì come dialogare con Dio

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Si racconta che Johann Sebastian Bach fosse un uomo chiuso e di pochissime parole, per dialogare con lui bisognava conoscere solamente la musica. Conobbe sua moglie in una chiesa ad Amburgo, lei giovane cantante ventenne, lui organista oramai quarantenne, nella Chiesa di Santa Caterina. Lui era da solo, intento a provare nel silenzio freddo, senza pubblico. Lei rimase invisibile agli occhi di lui e restò lì per ascoltare quel linguaggio celestiale che egli dedicava a Dio.

Poi con lo spegnersi delle ultime note i loro sguardi si incontrarono. Nel dicembre del 1721, lui la chiese in sposa e lei accettò sapendo che non c’era per lui altro che Dio e la sua musica.

A pensarci bene, da sempre, solamente Amore e Musica sono le lingue primordiali che tutti gli uomini di tutti i tempo possono comprendere e con cui possono comunicare, senza l’ambiguità delle parole, solo sette note, 88 tasti tra cui 52 bianchi e 36 neri, semitoni cromatici o diatonici.

E lui di essi viveva.

Il giorno insegnava musica agli studenti a costo di fatica e sacrifici economici e Anna Magdalena mescolava la sua anima alla sua.

Conoscerlo non era stato facile per lei. Lui poche parole e tanti pentagrammi, lavorava di giorno e di notte i suoi occhi erano dedicati a comporre, scriveva spartiti al buio di una candela anche quando cominciò a soffrire di cataratta. Allora fu lei sotto dettatura a continuare per lui.

Non vendette mai uno spartito, la musica composta erano come uno scambio epistolare fra lui ed il Divino, fra lui e Magdalena. Niente parole solo musica fra loro.

Si spense a sessantacinque, dopo aver dato la possibilità a Dio di venire sulla terra fra gli uomini. In vita aveva composto un libretto in cui erano annotati tutti i suoi brani e Magdalena lì prese in consegna, e a lei sembrava che rileggendo quegli spartiti composti per lei, lui fosse ancora, che non potesse morire mai.

Si dice che succeda sempre così “chi vede Dio poi resti cieco”.

Dopo dieci anni fu il suo turno, richiamata a Dio sepolta e dimenticata.

Dovettero passare anni perché un certo Felix Mendelsshon, riscoprisse gli spartiti del maestro.

La musica, si sa non si addice ai sordi di spirito e Bach aveva scritto in un tempo troppo poco maturo. Lui aveva compreso in anticipo che dialogare fra un uomo e una donna era la sublimazione dell’unione, anche senza parole. Musica che avevate messo entrambi al servizio di Dio.

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Parigi val bene una Messa

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Siamo alla fine del ‘500, la Francia è dilaniata dalla guerra civile. Combattevano tra loro Enrico di Navarra, Enrico III ed Enrico di Guisa da qui il soprannome della “guerra dei tre re”. Il dilaniare del conflitto provocò un enorme spargimento di sangue e, alla fine, a uscirne vincitore fu Enrico di Navarra, il quale divenne il primo re appartenente al ramo dei Borboni a conquistare la monarchia di Francia.
La tradizione richiedeva che colui che si apprestasse a salire sul trono fosse cattolico. Per Enrico di Navarra ciò avrebbe potuto costituire un problema, dal momento che egli era ugonotto e, quindi, di religione protestante. Da qui il detto “Parigi val bene una messa”: insomma, pur di diventare re valeva la pena di convertirsi alla religione cattolica. E così Enrico di Navarra diventò Enrico IV di Francia.
 
15 aprile 2019. Nella notte un incendio devasta Notre Dame de Paris.