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MONZA: CERTIFICATI ANAGRAFICI IN TABACCHERIA PDF Stampa E-mail
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Lunedì 16 Marzo 2020 07:20
FIT MONZA

Dal 24 settembre 2020 i residenti monzesi possono richiedere presso 11 tabaccherie cittadine dei certificati anagrafici, grazie alla convenzione sottoscritta tra Comune di Monza, FIT (Federazione Italiana Tabaccai) e Novares S.p.A.

La convenzione avrà una durata di 24 mesi e, in caso di una valutazione positiva da parte dell’Amministrazione Comunale, potrà essere rinnovata per altri due anni.

I certificati anagrafici rilasciati nell’ambito della convenzione sono i seguenti:

anagrafico di nascita

anagrafico di morte

anagrafico di matrimonio

cancellazione anagrafica

cittadinanza

esistenza in vita

residenza

residenza Aire

stato civile

stato di famiglia

stato di famiglia e stato civile

residenza in convivenza

stato di famiglia Aire

stato di famiglia con rapporti di parentela

stato libero

anagrafico di unione civile

contratto di convivenza

contestuale che cumula alcuni certificati, per esempio stato di famiglia, residenza e stato civile.

 

Il rilascio del certificato, che avviene in formato cartaceo, è subordinato all’esibizione di un documento di riconoscimento e alla sottoscrizione di un modulo di richiesta.

 Modulo di richiesta (formato PDF - 67 KB)

Costi

La commissione a carico dei cittadini è €. 2,00 per certificato emesso.

Se previsto per legge, il rilascio sarà subordinato al pagamento dell’imposta di bollo di 16 euro (richiesto anche presso gli sportelli comunali).

Tabaccherie convenzionate: sono previsti undici punti di rilascio:

via Tommaso Grossi 2/A

via Carlo Goldoni 22/B

viale Libertà 129

via San Fruttuoso 13

via Umberto I 1

via Felice Cavallotti 88

via Romagna 8

via Monte Santo 42

piazza Giosuè Carducci 2

via Emilio Borsa, 65

via Benvenuto Cellini, 2.

Gli esercizi convenzionati espongono la locandina per promuovere l’iniziativa.



 
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L' Editoriale

LE DONNE & GLI UOMINI E DIO

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(Laura Giulia D'Orso) - Dopo che Adamo ed Eva furono espulsi dal Paradiso, ebbero figli, e figli dei loro figli. Riuniti a tavola una sera, sorse fra loro una discussione. L’avvio lo diede Calmana, che aveva scelto di fare la direttrice d’orchestra, ma che voleva farsi chiamare “direttore”. S’aprirono le cateratte del cielo, coi pareri più discordanti. Deborah redarguì la sorella tirando in ballo la dignità della Donna.
A quel punto, Caino, acquisita coscienza di sé, chiese che la di lui testa non fosse più chiamata al femminile, essendo egli maschio. Abele gli fece osservare che “testo” significava già altro, e che v’era rischio di confusione. Ma Caino, che la giurò proprio quella sera ad Abele, ribatté che allora avrebbe abolito il femminile per la milza, la lingua, la gola. Awan sorrise soddisfatta, e cominciò a contare quante cose di sé avrebbe appellato diversamente: fegato, cuore, rene, polmone. La gamba era già al suo posto, ma osservò che il braccio, l’orecchio e il ginocchio erano transgender, poiché al singolare suonavano maschi, mentre al plurale femmine. Le costole, invece, erano coerentemente femmine sempre e comunque, la qual cosa faceva arrabbiare assai Adamo, andato in crisi di identità sessuale e che ricorse ad uno psicologo, perché non capiva come potesse avere dentro di sé il pezzo fondante di Eva, lui che era maschio. Il piccolo Enos, allora, anima candida, si guardò attorno, e chiese come mai gli alberi avessero pressoché tutti nomi maschili.
La madre Azura gli fece presente che alle volte, da un albero maschio, nascevano frutti femmine: le mele, le pere, le banane, e che comunque parecchi fiori erano femmine, mentre altri maschi, eppur tutti graziosi. Deborah andò allora su tutte le furie, lamentando che il frutto del fico fosse invece rimasto aggrappato alla “Y”, e urlò: “Cielo e mare, perché devono essere maschi?”. ”Beh, se è per questo, perché la terra, le stelle e la luna sono femmine?”, rispose serafico Abele, che a quel punto decretò la sua condanna a morte, giacché Caino avrebbe preferito terro, stelli e luno. Insomma, ne venne fuori un putiferio che mancò solo di anticipare la Torre di Babele: mischiando maschi e femmine, a un certo punto, non si capì più nulla.
Fu a quel punto che spuntò il buon Dio, il quale disse: “Se v’ho fatto maschi e femmine, uomini e donne, avrò avuto le mie buone ragioni. Credo, fra l’altro, che in questo momento abbiate problemi un poco più seri di cui occuparvi. Chiamatevi pure come accidenti volete: l’importante è che non vi manchiate mai di rispetto, mai. Gli uni con gli altri!”.
P.S.: Ma chi l’ha detto che il Covid-19 è maschio? Ecco, apriamo una bella discussione sul fatto che “virus” è ingiusto, perché dovrebbe chiamarsi “vira” (è latino). Rimane il problema che “vira”, in italiano, è un verbo (1^ coniugazione, 3^ persona singolare del presente indicativo, o anche 2^ persona singolare dell’imperativo), o no? Va beh: inutile insistere. Non se ne esce. Forza allora a tutte le Donne. A quelle che sanno chi sono senza necessità di etichette e sostantivi concordanti oltre ogni ragionevolezza, e anche a quelle che di etichette e sostantivi hanno bisogno.